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Guillaume Apollinaire “Pietà di me!”

Nel suo ben nutrito saggio, il poeta e saggista Franco Orlandini, grazie a una struttura assai articolata e vivace, va alla riscoperta, o forse è meglio dire “a ritrovare” il famoso poeta maledetto italo-francese, fin dalla fanciullezza all’epilogo della sua vita terrena,

E’ un’opera interessante e di chiara lettura, che ci riporta alla memoria vita e opera di Apollinaire, il quale - come scrive Orlandini - nacque a Roma nel 1880, figlio d’una aristocratica polacca e di un ex ufficiale borbonico, e a Roma visse i primi anni. Sua madre, separatasi dal marito, si stabilì nel 1887 nel Principato di Monaco e lì Guglielmo trascorse la fanciullezza; poi nel 1896 è in un collegio a Cannes e l’anno dopo nel liceo di Nizza.

Scrive le prime poesie, ispirandosi ai simbolisti, in particolare a Verlaine. Con sua madre si stabilì a Parigi ne 1900 e dal 1902 partecipò alle serate di poesia organizzate nel Caveau du Soleil d’or, nel Quartiere Latino, dove cominciò a fare le prime conoscenze con i poeti A, Jarry, S. Merril, P. Fort. Dopo vari viaggi ritornò a Parigi dove - ricorda sempre Orlandini - si legò in amicizia con Pablo Picasso, Max Jacop, Paul Fort e molti altri … Poi la fine: il 3 agosto 1914 la Germania dichiarò guerra alla Francia: Apollinaire si arruolò volontario e il 17 marzo 1916 venne colpito a una tempia dallo scoppio d’una granata; fu costretto a una lunga convalescenza e il 9 nov.1918 si spense in seguito a un attacco di febbre spagnola.

In Italia fra i principali traduttori si ricordano Eurialo De Michelis: “Apollinaire”, Ed. Nuova Accademia, 1960; e “La chiamavano Lou e altre poesie”, con introduzione di Alfredo Giuliani e traduzioni di Giovanni Raboni e Vittorio Sereni (Oscar Mondadori. 1984), che ben conservo.

A pag. 88 e 89 troviamo “L’ultima poesia di Calligrammes” e parole conclusive di Orlandini. Apollinaire, che parla anche a nome dei suoi amici dell’avanguardia, rivolgendosi ai tradizionalisti, ai seguaci cioè di coloro “che raggiunsero la perfezione dell’ordine”, chiede loro di essere indulgenti verso gli innovatori, perché non sono loro nemici; chiede pietà per quelli che i tradizionalisti considerano come “errori e peccati”. E’ che i seguaci dell’avventura “combattono alle frontiere dell’illimitato e dell’avvenire”, al fine di aprire alla poesia nuovi e vasti orizzonti. E Apollinaire dice che cosa potrebbe trovare chi varcasse tali confini, chi si spingesse oltre, fin dove “Il mistero in fiore s’offre a chi vuol coglierlo  / Là ci sono fuochi nuovi e colori mai visti  / Mille imponderabili fantasmi  / Ai quali bisogna dare consistenza / Vogliamo (prosegue il poeta) esplorare la bontà contrada enorme dove tutto tace  / C’è anche il tempo che si può scacciare o far ritornare …”

Recensione
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