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Luce sul pianerottolo

Fin dal primo momento del loro incontro il loro parlare è stato diverso, più diretto, personale, e semplice del solito. Marta e Piero, colleghi al Museo Archeologico di Tarquinia, si trovano di passaggio a Roma, lei deve rientrare la sera stessa, lui si trattiene ancora per qualche giorno, per andare poi in vacanza al Gran Sasso, dove già la famiglia lo aspetta. Si sono incontrati in un bar poco lontano da Piazza Navona, messo tra una stradina e uno spiazzo ingombro di auto con sul lato orientale un colonnato monumentale da lasciare di stucco anche i più digiuni di cultura. Il colonnato coperto da una lamiera e difeso da inferriate, dalle quali pende un bando di restauro vecchio due anni, sembra sostenere solo se stesso.

– Te lo volevo far vedere. Ti piace?

– Sì. Ma dentro cosa ci fanno? – chiede Marta.

– Ragazza mia! – dice Piero ridendo, – Niente, non c’è niente che gli scavi del ‘96 non abbiano già portato alla luce. Ma i bollettini, li leggi ogni tanto?

– Appunto per questo mi chiedevo …

Piero scuotendo la testa: – Niente, tutto fermo da allora.

– Ma se lasciano chiuso, vorrà dire che qualcosa da proteggere c’è ancora ...

– Ma va`. Lasciano chiuso per pigrizia. Pigrizia soprattutto mentale. Oppure è un imbroglio, e sotto ci sta qualcos’altro.

– Un magazzino di fuochi d’artificio …

– O bombe, chissà. Bisogna svegliarsi.

– Io sono sveglia! Abbastanza sveglia.

– Scusa ma non esiste: abbastanza sveglia.

In quel momento arriva il caffé, che Marta prende senza zucchero e beve veloce, mentre Piero ancora mescola.

– E tu scusa, ma a cosa serve essere svegli?

– Serve, sì che serve… te lo dice un tipo molto sveglio … – dice Piero amaro.

– Senti, quel numero, l’hai trovato? – Marta non ha voglia di amarezze, vuol andar via presto.

Piero apre la rubrica del cellulare: – Sì, guarda, sta qui.

– Aspetta. – Marta cerva nervosamente nella borsa.

– Quanta fretta.

– È che non voglio perdere il treno.

– Sei carina quando sei nervosa.

– Lascia perdere.

– Calma, non ti sto facendo la corte. Ma stai bene, sei più fresca del solito … sarà l’aria di Roma.

– Già. – Marta finisce di digitare il numero, e guarda Piero. – Tu invece mi sembri stanco.

– Grazie… Ma hai ragione, non esco più dalla biblioteca… e dormo anche male.

Solo che di tutta questa intimità Marta non ha voglia. Si domanda perché mai ha accettato l’invito di Piero, e cosa voglia da lei. A Tarquinia non si vedono mai al di fuori del lavoro al Museo, frequentano giri diversi, e non a caso. Marta, restauratrice, ha ora mansioni di catalogo, Piero, ricercatore, con un mezzo piede all’università, organizza mostre, delle quali il suo prof. risulta poi sempre il curatore ufficiale. A Marta ha detto qualcosa di Piero la sua amica Giovanna. C’è stato del tenero tra loro, tempo fa. E con ciò? A Marta uno come Piero, a dire il vero, non dice niente. Non perché il taglio, molto attuale, delle sue mostre non le piaccia, anzi. Ma Piero ha un’ironia caustica, cattiva, e le ricorda qualcuno, sì, che a scuola la perseguitava, prendeva di mira con battute maligne. E allora basta. Tra l’altro la storia tra lui e l’amica le era sembrata fuori luogo. Ha moglie e figli, Piero. E non si fa. Ora per fortuna Giovanna ha trovato un altro, che tiene in gran segreto. Meglio così.

– E Giovanna, la vedi ancora? – chiede Marta a Piero.

– No. Come sta?

– Bene.

– Mi fa piacere. Quando ti parte il treno?

Marta a Roma non sta mai più di un giorno. Sempre di fretta per essere alla stazione alle 18 e 37 per l’ultimo treno, che altrimenti la babysitter chi la manda a casa? Non certo Lucio suo marito, che torna quasi sempre ad orari impossibili. Marta non ha mai voluto passare una notte a Roma, anche se potrebbe andare ospite dalla sorella di Lucio quando vuole. Lucia è, più che sua cognata, la vecchia compagna di scuola, amica del cuore con la quale ha condiviso in passato i grandi segreti. Ma invece è anche sua cognata. Da tempo sembra che non ci siano più cose da raccontare. Scambiare prosaiche considerazioni sulla vita? Assodare lo stato delle cose che difficilmente si possono cambiare, che si devono soltanto accettare? Ammettere per esempio che lei e suo marito non sono più innamorati, insomma, certo si vogliono bene e tutto, tutto funziona, più o meno, e Marta è fiera di lavorare al museo. Non certo la sua passione, i cataloghi. Marta non vuol parlare con Lucia della sua vita, fatta di corse, spese e lavoro. Potrebbe mostrarle le foto di famiglia intorno all’albero di Natale o in vacanza al mare. E parlare dei bambini, di come crescono bene, della loro scuola, degli sport, delle feste …certo, lo farà certamente, prima o poi.

– Prendo il treno delle quattro.

– Peccato – dice Piero.

– Ho ancora molto da fare oggi.

– Roma è una città come una donna, da perdercisi dentro.Vederla negli angoli più sconosciuti, scoprirla, scoprirsi, fermarsi in un infimo bar …

– Tra un tempio dimenticato e un parcheggio abusivo.

Marta guarda l’orologio. Lui la osserva preoccupato. Marta è tesa.

– Senti, ma non puoi prendere quello dopo, alle sei e mezza? Potremmo farci un giro. – Piero beve un’acqua minerale. Marta si alza.

– Figuriamoci. – Piero rimane seduto.

Marta non vuole restare con lui, quel suo modo troppo diretto e insomma da seduttore da quattro soldi non le piace.

– Allora ciao. – Ma lui si alza di scatto, le ferma la mano sul tavolino.

– Rimani ancora un poco.

– Senti …

– Solo un poco. Per favore.

– Non me la sento.

– Lo so.

– E allora?

– Non importa. Solo un poco. Resta ancora un poco.

Marta si rimette a sedere. Troppo buona. Bianche nuvole longilinee si sono fermate nel cuore del cielo alto sulla piazzetta stretta nel cuore di Roma, Piero la guarda ora distante.

– Cos’hai? – Marta si è fatta materna.

– Non so. Sto crollando. Tutto qui.

– Dovrai chiarirlo.

Piero la guarda intensamente.

– Non così. Prima con Giovanna, poi chissà … E hai famiglia, no?

– Sì. Ho famiglia. Devo … Sai voglio bene a tutti loro. Mia moglie è così buona.

– Deve esserlo.

– Ma c’è Giovanna.

– Ok, Giovanna.

– Mi sono innamorato di lei, pazzamente.

– Scusa, ma francamente non me ne frega niente.

– E lei mi ha lasciato.

– C’è chi ha bisogno sempre di un altro contenuto. O contenitore.

– Dici bene.

– Mi dispiace, per te. Ma non è meglio così?

Piero la guarda affilato. – Sì, meglio così. Lasciamo che Giovanna stia con tuo …

Marta lo interrompe: – Non pensare a lei, ora …

Piero è una belva. – Vuoi che faccia come te, tirare dritto, senza voltarmi nè a destra nè a sinistra.

Marta lo guarda perplessa.

– Appunto. Per questo volevo vederti. Capire come fai.

– Ma cosa intendi?

– A vivere con gli occhi chiusi, probabilmente anche le orecchie tappate, e il naso .. il corpo... boh?

– Sará … – Marta si concentra sul bando di restauro appeso alle inferriate davanti al colonnato. Un sudore fine le imperla la fronte.

– Marta? – Piero si copre la bocca con la mano.

Arriva il cameriere. Piero paga. Marta si alza, poi si risiede.

– Dai andiamo, ti accompagno al treno.

– No, portami da qualche altra parte, dove ti pare.

Il sole è caldissimo, spaccherebbe tutto, se potesse, Piero prende la mano di Marta, che non reagisce. Rimangono lì ancora un poco, come due innamorati. Poi Piero la fa alzare, e la guida fuori da quella piazza, giù verso Via Giulia. Attraversano il Tevere e proseguono ancora lungo il fiume. In mezzo alla città sono lontanissimi dalla folla e dal rumore. Piero racconta della mostra che sta preparando, di una sfilza di cose ancora da fare, di un reperto che andrebbe restaurato.

– Forse. – Ha risposto Marta in tono neutro.

– Dai.

Si sono fatte le cinque. Infilano una stradina in ombra, passano accanto ad un Ape pieno di mattoni e sacchi di cemento, sulla destra c’è un piccolo negozio di calzolaio chiuso. Piero entra con Marta al numero 4. Fa fresco dentro, odora di acqua sotterranea, forse un poco muffita. Salgono le scale, strette tra pareti alte e scure, Marta avanza, lenta, alza un piede poi l’altro. Piero la segue, sente il peso e anche la forza di quei muri.

Marta è colma di estraneità, ora osserva la pendenza delle vecchie pareti crepate. Non sa quanto reggeranno.

– Bene. Ora le chiavi. – Piero si è fermato a cercare nella tasca dei pantaloni, corruga la fronte.

Cerca nella borsa stracolma di carte, poi prova nella giacca. – Tanto lì non le metto mai.

A Marta sembra di non aver mai visto un viso così smarrito. Poi scoppia la lampadina del loro piano.

– Non solo perdo le chiavi, faccio pure fulminare le lampadine.

– Niente di male.

Dopo la prima oscurità, nella quale Marta si sente perfettamente a suo agio, da una minuscola finestra alta sul pianerottolo cala un fascio di luce.

Piero trova la chiave nella tasca interna della giacca che tiene piegata sul braccio, apre la porta, fa accomodare Marta, che lo ringrazia, si accomoda sul divano. Mentre Piero fa ordine in cucina, Marta cade in un sonno profondo.

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