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Gia nel primo nucleo di questa silloge, edita da Marsilio, in cui la poetessa ha raggiunto una ulteriore maturità poetica, appaiono alcuni archetipi-simbolo, che caratterizzano questa raccolta: l'ombra del bosco o dei cipressi, la gonna primaverile coperta di glicine, i colori delicati e accesi della primavera e dell'estate.

La nota dominante sembra essere la malinconia, ma è il caso di dire l'elegia della memoria; scorrono, infatti, di qui innanzi, immagini di timbro familiare affettivo, evocativo, memorie come flashes che vengono dagli oggetti o da una fotografia e illuminano questa poesia con il linguaggio stesso delle cose: il mazzo di rose, il biglietto "al caro professore", i libri lasciati cadere lungo le ginocchia; è una malinconia che dalla ricerca è, quasi scoperta, delle proprie radici, poi nei "Colloqui" e nella "Umanità" darà sfogo all'interiorità stessa della poetessa, aprendo un più ampio varco alla dolcezza, al mistero ed una più vissuta spiritualità.

Sono narrate le emozioni della giovinezza e dell'amore in un paesaggio dapprima sereno e fulgente della primavera e dell'estate, poi dolcemente evocato nei presagi della guerra, nel commovente evento della maternità o nei mutamenti che fatalmente la vita comporta: "Non sai dell'Africa | per una manciata di secondi | ti ho conosciuto, padre". E c'è la presenza vivace, solare della madre, capelli corvini, il passo svelto, i libri lasciati cadere, i fogli, quei fogli che raccoglie anche il padre prima della lezione ai suoi studenti; è quella di lui un'immagine pensosa, austera impegnata nello studio e nel dovere civile. C'è quindi anche l'atmosfera dell'educazione in un ambito culturale elevato, in cui è cresciuta Raffaella: i genitori impegnati e, forse, assorbiti nell'insegnamento universitario, i suoi stessi studi in giurisprudenza e l'impegno nella critica letteraria e poesia cui l'ha spinta la propria preferenza e curiosità intellettuale.

La Bettiol ci offre un poetare dalla valenza fluida con un racconto ancorato saldamente alla realtà rappresentata, che, nella parola misurata, lontana da avventure sperimentali, sfocia in uno stile elegiaco che, nel tessuto formativo della nostra, per sedimentazione culturale, dal classicismo (penso a Virgilio delle Bucoliche o a Tibullo) attraversando anche il neoclassicismo e alcuni aspetti del romanticismo, approda a un dettato poetico attuale e innovativo per la veloce trasmutazione di analogie dalla natura alla sua interiorità esistenziale.

C'è un desiderio di adesione affettiva (o contemplazione?), un riscoprire un amore a distanza, con una percezione forse tardiva, che diviene una concezione religiosa: "Ti vedo come un'icona, madre, nella penombra della nicchia", con un senso del tempo quasi sempre coniugato al presente, che dona a queste figure una realtà sfumata e un senza tempo, quindi l'eternità o, anche, il mito.

Recensione
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