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Ancora una volta l’autrice
fissa in queste pagine momenti diversi, colti nella loro brevità e mutevolezza,
realtà di cui, talvolta, paventa l’evolversi o di cui ha già avvertito
l’incertezza o la delusione; è quella della Villani un’attenzione volta
continuamente a una precarietà che la può sorprendere da un momento all’altro
che ella tuttavia padroneggia con volontà di rivalsa, con la coscienza di saper
superare gli eventi, con la carica che le viene non solo dal carattere, ma anche
dalla valutazione positiva delle proprie possibilità, da quel guardarsi dentro,
dalla memoria esperienziale della natura che sempre accompagna la sua
sensibilità e non da ultimo da una certa ironia che vien facile cogliere in
alcune annotazioni.
E’ così che l’autrice con
poche parole, talvolta scarne, fa avvertire l’aspetto drammatico di vicende
dolorose ”non mi hai più cercata | l’abito blu | è appeso” o presenta come dono
prezioso immagini semplici che la natura offre ”I gusci secchi dei ricci … vanno
e vengono | portati a riva | dal mare” o, ancora, con ironia: ”scendono dall’alto
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ragni | di diversa misura … sono ragni istruiti”.
Il sentimento d’amore,
molto presente anche in questa silloge scivola tra la memoria, l’abbandono
all’elegia e la speranza che, comunque, sia stato vissuto in sintonia.
Interessante l’apertura
della silloge che allude a qualcosa di misterioso che assume valore universale,
alla sorte o a una creatura maligna e subdola che, in qualche modo insidia il
percorso della vita; è un grido, quasi, quello dell’autrice, sembra
un’intimazione di arresto a chi si frappone alla sua voglia di vivere e di
creare; “ti ho vista” parole che subito scuotono il lettore e lo invitano a
seguire con attenzione quanto è attestato in questa scrittura sintetica, veloce,
in cui, tuttavia, si coglie una situazione nella sua interezza, il commento
stesso dell’autrice, scevro da illusioni, senza infingimenti con la sicurezza di
un distacco ormai avvenuto e, quindi, una maturità di giudizio lontana da
sentimentalismi e perfino da debolezze.
I colori, le favole,
presenti più copiosamente nella prima silloge, sono qui trasferiti nelle belle
immagini di alcuni quadri di Gabriella semplici, vivaci lirici nella capacità
di trasmettere gioia.
Così le pagine rivelano un
mondo complesso rivisitato con profonda coscienza dalla poetessa che “Con lo
specchio in mano” riflette sulla propria esistenza, sulle ragioni che
l’attraggono verso realtà anche semplici, che magari altri non avvertono o
potrebbero giudicare banali, lei orgogliosa della propria vitalità e delle
esperienze che l’hanno segnata, ma non vinta evidenziando, quindi, un’immagine
non sbiadita della propria personalità che “Rimane a pensare … “introducendo
così il lettore nella visione dell’uomo del nostro tempo confuso, solo nel dover
sciogliere gli enigmi che il vivere ci propone: “l’incertezza è troppa
| la
fiducia … cosa”.
dicembre 2009
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Recensione |
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Lo specchio in mano
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poesia
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| Autori |
| • | Gabriella Villani |
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Edizione:
Cleup Editore
Padova 2008 |
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| Con due lettere: "Caro Oddone" di Elvio Guagnini e "Caro Elvio" di Oddone Longo. Copertina e illustrazioni dell’autore - pp. 68 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Literary nr.1/2010
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