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Arte e scienza nei romanzi di Regina di Luanto

Quando Sibilla Aleramo nel suo diario sottolinea l’importanza che il norvegese Henrik Ibsen aveva avuto per lei e per le sue scelte – "se avessi ignorato il verbo dell’accigliato trageda nordico, io forse non avrei [...] lasciata la casa coniugale e mio figlio" (Aleramo, 14) – la scrittrice espone un riferimento interessante alla letteratura scandinava dell’Ottocento, che può servire come punto di partenza anche per un’analisi della letteratura femminile italiana a cavallo tra i due secoli. Il famoso dramma di Ibsen Casa di bambola (nell’originale norvegese Et dukkehjem) del 1879, tradotto in italiano nel 1887 e presentato in seguito in Italia per la prima volta con Eleonora Duse nel 1891 a Milano, è un’opera significativa in un periodo particolarmente fruttuoso della letteratura scandinava, in cui, come reazione al romanticismo, la critica sociale di taglio radicale diventa un elemento ricorrente. Com’è noto, in Casa di bambola la moglie "bambola", Nora, avverte l’ambiguità morale e la falsità di un matrimonio ipocrita e, alla ricerca di una propria autonomia, lascia marito e figli.

La morale ambigua e l’ipocrisia nella società tra Otto e Novecento sono temi ricorrenti anche nell’opera di Regina di Luanto, che pubblicò i suoi libri in un arco di tempo che va dal 1890 al 1912, opere cariche di un forte spirito positivistico e ricche di idee moderne. Ricordata da Luigi Russo come scrittrice "audace" nota per il suo "successo morboso" (Russo, 148), Regina di Luanto oggi è pressoché dimenticata nelle storie della letteratura italiana. Se non fosse stata riscoperta e citata da Giuliana Morandini nell’antologia ormai classica La voce che è in lei del 1980, la scrittrice sarebbe probabilmente rimasta nell’oblio in cui era caduta dopo la sua morte.

Della vita di Regina di Luanto sappiamo poco, e solo grazie agli sforzi di Emanuela Cortopassi che, con una attenta ricerca in vari archivi, ha potuto ricostruire a grandi linee la vita della scrittrice, dallo pseudonimo così esotico, che nella vita usò vari nomi diversi. Uno pseudonimo che tra l’altro è stato recentemente criticato da Francesca Sanvitale, secondo cui la scrittrice aveva creato così "un’immagine di sé riduttiva e di gusto pessimo" (Sanvitale, LI). Guendalina Lipparini (questo è il vero nome della scrittrice) era nata nel 1862 a Terni in una benestante famiglia borghese e, dopo il matrimonio nel 1881 con il diplomatico Alberto Roti (discendente da un ramo minore di una nobile famiglia fiorentina), con cui già conviveva a Firenze, diventò la contessa Anna Roti. Lo pseudonimo Regina di Luanto è infatti l’anagramma di Guendalina Roti. La scrittrice pubblicò il suo primo libro (la raccolta di racconti Acque forti) nel 1890, e collaborò alla Rivista italiana di scienze, di lettere, arti e teatri e più tardi alla rivista La donna.

Con la sua produzione letteraria – in tutto due raccolte di racconti e undici romanzi – Regina di Luanto divenne presto nota come una prosatrice ardita e senza falsi pudori. Sappiamo poco del suo matrimonio, rimasto senza figli, con Roti, che morì nel 1898 in Brasile, dov’era regio console d’Italia. Alla morte del marito Guendalina si trasferì prima a Pisa e poi a Milano. Visse per molti anni con il gioielliere pisano Alberto Gatti, si sposò con lui dopo una lunga convivenza nel 1911 e prese allora il nome di Lina Gatti. Quando morì improvvisamente nel 1914, nei giorni dell’inizio della prima guerra mondiale, Regina di Luanto venne caratterizzata come "la scrittrice più audace, più avanzata, più arrischiata che abbia avuto l’Italia letteraria dell’ultimo ventennio" ("Il Nuovo Giornale", 13 settembre 1914).

Regina di Luanto apparteneva al numeroso gruppo di scrittrici italiane tra fine Ottocento e inizio Novecento, a quell’"infinita schiera di novellatrici" – scrive Antonia Arslan:

e di intellettuali, di giornaliste, di appendiciste e di poetesse, di educatrici, di favoliste e di scrittrici per l’infanzia, che costituiscono quella galassia sommersa, dai contorni è vero incerti e un po’ ambigui ma dall’indubbio spessore quantitativo e anche qualitativo, che era percepita dai contemporanei come uno dei fenomeni più importanti dell’ Italia umbertina. (Arslan, 164)

Quasi tutte queste scrittrici si occupavano nelle loro opere della posizione spesso difficile e subordinata della donna nella società, nella famiglia e nel matrimonio, e proponevano per lo più una chiave di lettura negativa, senza riuscire a trovare sbocchi positivi per le loro protagoniste, che si ritrovano di fronte a soluzioni drammatiche oscillanti tra il suicidio e la rassegnazione o, come nel celeberrimo Una donna (1906) di Sibilla Aleramo (e anche in Avanti il divorzio! di Anna Franchi, del 1902), l’abbandono del tetto coniugale e la conseguente perdita dei figli. In questo quadro trova il suo posto il quarto romanzo di Regina di Luanto, Un martirio, del 1894, dove troviamo una giovane sposa che in forma diaristica racconta la sua delusione nel matrimonio con un uomo insensibile ed egoista, che la spinge, dopo vari incidenti, ad uccidere il coniuge per difendersi, e a morire infine in manicomio. Il romanzo – considerato da Emanuela Cortopassi "forse la migliore opera della Luanto" (Cortopassi, Regina di Luanto alla ricerca della nuova Eva, 259) e che secondo Francesca Sanvitale, rispetto a Salamandra e Libera!, "raggiunge una migliore resa espressiva" (Sanvitale, LII) – è l’unico della scrittrice ad essere stato recentemente ripubblicato (nel 1995, nel volume Le scrittrici dell’Ottocento, a cura di Francesca Sanvitale).

A noi tuttavia Un martirio non sembra il suo romanzo più rappresentativo. La tematica centrale della scrittrice si snoda infatti sul filo di una critica feroce contro la falsità, l’ipocrisia e l’ambigua morale nell’aristocrazia e nell’alta borghesia della società a lei contemporanea, con una ferma fiducia nella scienza e nello studio visti come forze liberatrici. C’è anche una forte condanna del matrimonio, visto come un legame dannoso per il sentimento sincero di due persone, razionale solo quando è vissuto come un contratto tra due coniugi che consapevolmente e di comune accordo si impegnino insieme per creare una famiglia ed educare dei figli. Questa visione viene discussa nel decimo romanzo della scrittrice, Il nuovissimo amore, del 1903, da Gualtiero, il protagonista, che parla della donna che ha appena sposato:

– [...] È sana, intelligente, attiva; riuscirà un’ottima madre, un’abile educatrice... Non le chiederò quello che la potenzialità delle sue forze non le consentirebbe dare; spero quindi non avere delusioni. Dal canto mio mi sono sforzato di farle intendere con matematica chiarezza quello che rappresenta il matrimonio nel suo vero significato... Le ho indicato i diritti ed i doveri che assumiamo entrambi, e mi pare che abbia capito e non debba aspettarsi piú di quanto avrà!... Saremo due associati in un’opera comune e, se sapremo attenerci ognuno al nostro còmpito potremo sperare in buoni risultati... Vedremo! (Il nuovissimo amore, 296)

Per Regina di Luanto l’elemento importante dei suoi romanzi non sembra essere la forma (la Cortopassi parla di un "grado zero" per il linguaggio e lo stile della scrittrice, che la avvicinerebbe, almeno stilisticamente, alla letteratura di consumo), quanto piuttosto il messaggio. La scrittrice si serve di tecniche tradizionali con dialoghi, suspense, agnizioni, tresche romantiche, amori infelici, tradimenti, descrizioni dettagliate di interni ed esterni, vestiti, ambienti lussuosi o, come nel romanzo La servetta, ambienti più squallidi e popolari, con il fine preciso di mettere in rilievo la sua visione critica.

Con la sua tematica impegnata per i diritti della donna, con la sua critica contro la società e con la sua visione positivistica pervasa di fiducia nella scienza e nel futuro, Regina di Luanto a noi tuttavia appare lontana da una semplicistica collocazione nell’ambito della letteratura di consumo (concetto peraltro non così chiaro come si vorrebbe). La rappresentazione della concreta realtà quotidiana (come reazione al romanticismo), e la visione filosofica positivista, la avvicinano piuttosto al realismo e al naturalismo francese, anche se l’ambiente in cui ella si muove è soprattutto quello aristocratico e borghese e non quello del proletariato (con l’eccezione del romanzo La servetta).

Nel primo romanzo, Salamandra, del 1892, la protagonista Eva Perelli, nobile di nascita e ricca per matrimonio, ed il marito banchiere, rappresentano il matrimonio di convenienza sentimentalmente fallito, in cui il marito si consola altrove mentre la moglie, frustrata, cerca l’amore, sia fisico che "spirituale", presso altri uomini, danneggiando lungo il suo cammino chi invece comincia ad amarla. Si tratta di una frigidità sia mentale che fisica, di un caso clinico di isteria, nota condizione "di moda" del periodo, ma con un altro tipo di frustrazione rispetto a quella della giovane moglie di Un martirio. Francesca Sanvitale trova l’interesse verso il patologico in questi due romanzi "la chiave più interessante della narrativa della Luanto" (Sanvitale, LII), e la sua osservazione è forse giusta se la si estende al di là di questi casi tipicamente femminili.

Salamandra, come più tardi La scuola di Linda, è anche la descrizione di una donna vittima di un’educazione sbagliata in un ambiente insensibile. Qui non appare alcun messaggio morale o educativo (come negli altri romanzi), alcun fattore consolatorio. In Salamandra si avverte già quel contrasto tra personaggi positivi e negativi che nella produzione seguente si farà sempre più insistente; Emanuela Cortopassi vede infatti la "coppia oppositiva falsità/verità" come "una delle principali chiavi interpretative" (Cortopassi, 262) dell’autrice. Da una parte si delineano i personaggi che si caratterizzano per la falsità, l’egoismo e la superficialità, a cui vengono contrapposte le qualità positive dei personaggi onesti che sono aperti alle nuove idee, che studiano, pensano e discutono e non sopportano l’ipocrisia. In questo quadro forse non troppo sorprendente ed innovativo, l’arte e la scienza vengono utilizzate come fattori significativi che aiutano i personaggi positivi nella loro lotta per creare una società moderna e progressiva.

Troviamo l’arte usata come mezzo per ottenere libertà e autonomia nel romanzo La scuola di Linda (1894), in cui una bambina ricca e aristocratica, innocente e non ancora guastata dal suo ambiente e da un’educazione erronea, stringe amicizia con una simpatica coppia di madre e figlia, da cui presto viene allontanata senza spiegazioni dalla nonna autoritaria. Più tardi, quando si è ormai trasformata in una donna cinica ed egoista, Linda riallaccia il contatto con le vecchie amiche e scopre che Valeria, la figlia, è ormai un’affermata pittrice. Il mondo degli artisti, intellettuale e "libero", viene presentato come un’alternativa positiva a quello negativo dell’aristocrazia e un legame sincero tra le due donne non appare più possibile. Valeria è una donna "nuova", moderna, che vive del suo lavoro e non si vergogna di avere una relazione con un uomo, basata su un sentimento sincero. Presto, attraverso vari intrighi di Linda, si arriva ad uno scontro tra le due donne. Per vendicarsi dei danni causati dall’ex amica, la pittrice si serve della sua arte, immortalandola nella scena scabrosa di un quadro che viene visto da tutti.

In Libera! (1895), romanzo a tesi (aperto sul frontespizio dalla citazione in inglese del famoso On Liberty di John Stuart Mill, a proposito della mente umana posta sotto il giogo e privata della libertà di pensiero), Antonia, vedova dopo un matrimonio molto infelice, avverte vivamente la contraddizione tra sentimento e ragione, anche se ha potuto realizzare tutti i suoi desideri di una vita libera e ricca di interessi intellettuali. Antonia si circonda di amici intelligenti, con i quali legge, discute e sviluppa le sue idee moderne sulla scienza e sull’arte. Il forte spirito positivistico del romanzo si accentua con l’apparizione di un professore di sociologia tedesco, che cita Spencer come "il pensatore piú profondo dei tempi nostri" (Libera!, 68) e in una conferenza presenta, in modo quasi profetico, la sua visione del futuro, con l’inevitabile progresso sociale, in cui l’uomo aspira ad uno stato di perfezione ed ogni individuo deve essere guida di se stesso:

con la coscienza della responsabilità che gli incombe nel regolare le proprie azioni, ispirate ad un sentimento spontaneo ed acquisito di altruismo, concorrerà al bene generale per il fatto di provvedere al bene proprio. E una mirabile concordia, ed un unico scopo stringeranno insieme le moltitudini, che troveranno in loro stesse la sapienza di attuare una giustizia, che si estenderà dovunque a dimostrare che tutti gli uomini sono uguali ed uguali i loro diritti. (Libera!, 60)

Un notevole spazio viene dedicato ai contatti con il professore ed anche alle discussioni intellettuali di Antonia e dei suoi amici, fra cui figura una lunga analisi sulla teoria letteraria, in pagine che sembrano riprendere convinzioni appartenenti alla stessa scrittrice. Anche in questo romanzo si attualizza la critica contro il matrimonio, "forzata schiavitù" (Libera!, 39), da parte della protagonista, che si lascia convincere a sposare il suo amante, incapace di condividere gli interessi intellettuali di lei, in un’unione che presto naufraga e che finisce con la separazione. Anche il matrimonio del fratello è un fallimento di cui la vittima principale è il figlio. Antonia vede il nipotino trascurato sia dalla madre egoista e frivola che dal padre debole e accecato dalla folle passione per la moglie infedele, in una situazione segnata da una presa di posizione in favore di una morale nuova:

Ed era questa la famiglia, la grande parola che ingannava la buona fede dei semplici, il grande argomento opposto ad ostacolare l’infiltrarsi di una nuova morale, non fatta di dogmi astratti, di pregiudizii o di convenzionalità fittizie, che nascondono le turpitudini ed i vizii col velo dell’ipocrisia, ma fondata su elementi necessarii al vero bene degli individui. (Libera!, 92-93)

Ne La prova (1896) il protagonista è Antonio, un medico che grazie ai suoi studi sull’ereditarietà riesce a provare che uno dei suoi quattro figli, ormai grandi, in realtà è figlio di un altro, un conoscente della famiglia portatore di una malattia mentale che ha colpito anche il giovane. La scienza è diventata tutto per Antonio, una nuova religione che salverà l’umanità:

Tutto l’avvenire della umanità stava nella scienza; tutte le conquiste dell’avvenire sarebbero compiute dalla scienza; ogni progresso sarebbe dovuto alla scienza, per la scienza i destini delle società crollanti sarebbero risorti; la scienza avrebbe offerto i mezzi di riparare le ingiustizie e di alleviare le sventure; essa sarebbe stata la nuova fede, la nuova e pura religione, che doveva ricondurre gli uomini a veri ed alti ideali e guarirli dai mali vergognosi che hanno dato loro le false credenze e le puerili idolatrie; in lei si troverebbe la salvezza. La scienza sola era destinata a diventare il grande faro luminoso posto in cima ad ogni movimento, sempre in moto egli stesso verso le vie ascendenti, trascinando al suo seguito le moltitudini soggiogate, rese trionfanti e gloriose dal suo trionfo e dalla sua gloria! (La prova, 63-64)

In un primo momento Antonio lotta contro il desiderio di vendicarsi della moglie, che non ha mai parlato del fatto. Ma con il tempo aumenta la sua comprensione per le mancanze e gli errori umani. I sentimenti negativi si mutano in compassione per la donna, che al pari del figlio illegittimo è vista come una vittima innocente. Le riflessioni di Antonio si svolgono intorno alla morale ipocrita che costringe anche chi, come lui, rifiuta la falsità, a vivere una vita piena di menzogne e di dolore perché ciò è richiesto dalla società. Questi pensieri fanno crescere la sua compassione e lo spingono al perdono. Se Antonia in Libera! è la donna ideale di Regina di Luanto, Antonio è l’ideale maschile: moderno e razionale, illuminato mentalmente, ma anche volto al concreto come quando, nelle prime pagine del romanzo, insieme alla famiglia gode della luce elettrica che illumina le stanze in un modo nuovo che rende chiaro anche quello che prima era oscuro, similmente allo studio che illumina la mente di chi studia. Solo il povero pazzo, innocente vittima di un destino infelice, rimane ostinatamente al buio e all’ombra, incapace di uscirne.

La critica contro gli "esteti", i "superuomini" decadenti, artisti pomposi ed esagerati, è centrale in Gli agonizzanti (1900), e – come sempre nei romanzi di Regina di Luanto – la loro vita superficiale e inutile viene contrapposta alla vita seria di chi studia e si impegna per aiutare gli altri. Nel romanzo la protagonista, Isabella, è rimasta incinta di Giulio, un "superuomo" irresponsabile, dedito al culto di un estetismo vuoto e descritto nel romanzo criticamente e con ironia, come quando si parla del suo letto:

Giulio aveva pensato se gli conveniva dormire addirittura in una bara, ma la cosa gli parve volgare, perché già adottata da molti, ed allora preferì di comporsi quella specie di catafalco, intorno al quale sei grandi ceri ardevano sempre... quando dovevano essere veduti, ché del resto Giulio li spegneva subito perché la cera costa cara... (Gli agonizzanti, 11)

Giulio cerca di convincere Isabella a sposarsi con un suo ammiratore vecchio e disgustoso, ma ricco e disposto anche ad accettare come suo il figlio che sta per nascere. La ragazza rifiuta, e dopo varie complicazioni e con l’aiuto di Rodolfo, un uomo onesto e altruista che la ama, riesce a lasciare la sua casa d’origine (con un padre che si rivela non essere il vero padre), per crearsi una vita propria e lavorare per mantenere se stessa e suo figlio. Un lieto fine, dunque, che si differenzia tuttavia dal tradizionale finale "rosa", in cui Isabella probabilmente si sarebbe sposata con il suo benefattore, al quale non è sentimentalmente indifferente. Il romanzo finisce invece con il messaggio moderno che la cosa più importante per Isabella è ottenere l’autonomia per non essere dipendente dagli altri. Qui, come in Libera!, viene apertamente ribadito un nuovo ideale femminile: il diritto della donna ad essere libera nell’amore ed economicamente indipendente.

In Gli agonizzanti (basato su un intrigo comune, la giovane sedotta ed abbandonata, e su altri spunti romantico-erotici nella Roma benestante dell’epoca), è dunque forte la critica contro i "superuomini", i quali, apparentemente senza seri motivi, asseriscono di avere come unico scopo "l’adorazione dell’Arte", come i tre frequentatori del Tempio, un edificio consacrato dagli esteti:

Tutti e tre appartenevano a quella categoria di persone che impiegano il tempo frequentando i caffè, le passeggiate, i teatri, le corse: nessuno di loro si occupava di cose intellettuali; come era dunque che essi facevano parte di una società che [...] si componeva unicamente di cultori dell’arte? (Gli agonizzanti, 68)

A salvarsi come vero e serio artista, nell’opinione di Rodolfo e del suo amico medico Gualtiero – che dice di studiare gli esteti e "questa nuova forma di pazzia, da cui sono affetti" (Gli agonizzanti, 68) – è soltanto un letterato, Arnaldo Giachini, che è sì visto anche lui come uno squilibrato, ma almeno come un caposcuola sincero, a differenza dei suoi imitatori:

– [...] Ma sono costretto a difendere Arnaldo Giachini: egli è un sincero, egli segue l’impulso che gli viene dal suo cervello degenerato: tocca a chi è sano il considerarlo per quello che vale, cioè un fenomeno patologico, un fenomeno isolato, una forma retrograda, ricomparsa fra noi per un capriccio della natura. Il colpevole è invece colui che, normalmente costituito, forte e sano, si trucca da infermo e, per soddisfare suoi fini particolari, si finge quale non è, compiacendosi a gettare in mezzo alla società germi fatali di corruzione e di decadenza morale. (Gli agonizzanti, 84)

Qui è visibile una chiara critica, per non dire un netto disprezzo, nei confronti dell’estetismo decadente, uniti all’elogio della scienza, con la quale si spera di smascherare i "superuomini". Nel romanzo si critica anche il simbolismo, nella rappresentazione scenica di un dramma di Maeterlinck, che viene deriso dal pubblico.

Nei due ultimi romanzi, Le virtuose (1910) e Per il lusso (1912), la tematica del mondo aristocratico ed ipocrita ed i tentativi di uscirne ritornano, e si propone il teatro come un’alternativa per le donne. Le virtuose è la storia di Rachele, una giovane vedova che prima ha avuto una vita libera ed indipendente, ma che adesso soffre nella casa aristocratica e ipocrita dei genitori del marito defunto. Figura positiva nel romanzo è Lola, la grande amica di Rachele, un’attrice affermata che non è benvista dai parenti della giovane vedova. Lola è comunque un personaggio minore del romanzo, e maggiore spazio viene dedicato alle donne della famiglia De Bellis, maestre di quegli inganni ed intrighi che vengono condannati in ogni romanzo della scrittrice. La descrizione del vizio in questa casa aristocratica fece quasi arrossire Giuseppe Lipparini, che nel 1910 recensì Le virtuose ne Il Marzocco:

[...] a poco a poco, ella [Rachele] si accorge come quella virtù non sia altro che un velo teso a meglio coprire il vizio. Per esempio, sua cognata Tecla si diverte a intrecciare con gli uomini i discorsi più arditi e ad eccitarsene straordinariamente, con un seguito che ella spiega a lungo ma che io mi guardo dal riferire per pudore.

Lipparini si ferma davanti a queste, che per lui rimangono esagerazioni, senza entrare in un’analisi più profonda del romanzo, e si limita a constatare solamente che "o tutto il mondo è sudicio, o la scrittrice ha esagerato per meglio dimostrar la sua tesi". Per concludere, scrive che "si tratta di un libro ardito e piacevole", e ne consiglia la lettura "a chi è vittima dei pregiudizi sessuali del nostro tempo".

In Per il lusso la vita esageratamente lussuosa di una madre e delle sue tre figlie porta la famiglia alla rovina economica. Una delle figlie riesce a sposarsi con un uomo ricco, un’altra diventa la mantenuta di un banchiere mentre la terza, Stenia, più seria e riflessiva, vorrebbe entrare nel teatro per potersi mantenere da sola ed evitare l’obbligo di sposarsi ad ogni costo. La visione del teatro e dell’attività di attrice come fattori liberatori ci riporta così all’iniziale commento su Ibsen e la sua Nora, e all’importanza del teatro per una scrittrice come Regina di Luanto. Ci sono grandi probabilità che anche lei, come Sibilla Aleramo, abbia conosciuto Casa di bambola, e l’attrice in Le virtuose potrebbe essere un’immagine ideale basata su una vera attrice famosa e "libera" come Eleonora Duse. La figura dell’attrice offriva un’alternativa al ruolo tradizionale, come nel ritratto di Lola, una donna che non solo è indipendente ma anche leale e comprensiva. In questo contesto si può inoltre ricordare quella rete di contatti che esisteva tra le attrici di teatro e le donne impegnate nel movimento di emancipazione in Italia tra fine Ottocento ed inizio Novecento (Mariani, 208), anche se non è stato chiarito se Regina di Luanto ne facesse parte.

L’ultima opera della scrittrice, Per il lusso, finisce con una partenza. Stenia lascia il vecchio mondo, l’Europa, per il mondo nuovo, l’America, per crearsi una nuova vita: una conclusione sostanzialmente positiva che dimostra simbolicamente l’ottimismo e la fede nel futuro, fattori ricorrenti nei libri di Regina di Luanto, a differenza di quanto avviene in tanti altri romanzi di mano femminile dell’epoca.

Nota bibliografica

Le opere di Regina di Luanto, oggi introvabili, furono pubblicate dalle case editrici G. Barbèra, Firenze, L. Roux e C. Editori (con diverse denominazioni), Torino-Roma e S. Lattes & C. Librai-Editori, Torino. Data la rarità dei romanzi in questione, riteniamo utile fornire un elenco completo delle prime edizioni: Acque forti, Tipografia di G. Barbèra, Firenze 1890; Salamandra, L. Roux e C. Editori, Torino-Roma 1892; Ombra e luce, L. Roux e C. Editori, Torino-Roma 1893, La scuola di Linda, L. Roux e C. Editori, Torino-Roma 1894; Un martirio, L. Roux e C. Editori, Torino-Roma 1894; Libera!, Roux Frassati e Cº Editori, Torino-Roma 1895; La prova, Roux Frassati e Cº, Torino 1896; Tocchi in penna, Roux Frassati e Cº Editori, Torino 1898; Gli agonizzanti, Roux e Viarengo Editori, Torino 1900; La servetta, Roux e Viarengo Editori, Torino 1901; Il nuovissimo amore, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma 1903; Le virtuose, S. Lattes & C. Librai-Editori, Torino 1910; Per il lusso, S. Lattes & C. Librai-Editori, Torino 1912.

Per quanto riguarda invece il materiale critico sulla scrittrice, rimangono fondamentali la tesi di laurea di Emanuela Cortopassi, Regina di Luanto (1862-1914), Università degli Studi di Pisa, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 1993/1994, che tuttavia non è stata pubblicata ed è perciò di difficile consultazione, e il contributo della stessa Cortopassi "Regina di Luanto alla ricerca della nuova Eva" nel "Colloque international – 26-27 mai 1994, Centre de Recherches sur l’Italie Moderne et Contemporaine, Université de La Sorbonne Nouvelle-Paris III", in Chroniques italiennes, n. 39/40, 1994, pp. 255-269. D’innegabile importanza sono le recensioni apparse negli anni in cui i romanzi della scrittrice vennero pubblicati, in particolare: "Bollettino Bibliografico: Acque forti", Rivista italiana di Scienze, di Lettere, Arti e Teatri, XX, 16 gennaio 1891, n. 1; Karloo, "Bollettino Bibliografico: Salamandra", Rivista italiana di Scienze, di Lettere, Arti e Teatri, XXI, 30 novembre 1892, n. 11; Karloo, "Rassegna Letteraria: Ombra e luce", Rivista italiana di Scienze, di Lettere, Arti e Teatri, XXII, 17 giugno 1893, n. 6; Il Bibliografo, "Bollettino Bibliografico: Un Martirio", Rivista italiana di Scienze, di Lettere, Arti e Teatri, XXIV, 8 marzo 1895; "Bollettino Bibliografico: Tocchi in penna", Rivista italiana di Scienze, di Lettere, Arti e Teatri, XXVI, 27 dicembre 1897, n. 10; "Bollettino Bibliografico: Il nuovissimo amore", Rivista italiana di Scienze, di Lettere, Arti e Teatri, XXXIII, 31 agosto 1903, n. 7-8; Giuseppe Lipparini, "Letteratura femminile: le virtuose", Il Marzocco, XV, 28 agosto 1910, n. 35.

Per un inquadramento generale dell’opera di Regina di Luanto nel panorama letterario italiano a cavallo tra Otto e Novecento, mi sono servita soprattutto di: Sibilla Aleramo, Un amore insolito, Feltrinelli, Milano 1979; Antonia Arslan, "Ideologia e autorappresentazione. Donne intellettuali fra Ottocento e Novecento" (1988), in Dame, galline e regine. La scrittura femminile italiana fra ’800 e ’900, Guerini e Associati, Milano 1998, pp. 43-59; Laura Mariani, "Eleonora Duse e Sibilla Aleramo: un teatro per la «donna nuova»", in: Svelamento. Sibilla Aleramo: una biografia intellettuale, a cura di Annarita Buttafuoco e Marina Zancan, Feltrinelli, Milano 1988, pp. 208-225; Giuliana Morandini, La voce che è in lei. Antologia della narrativa femminile italiana tra ’800 e ’900, Bompiani, Milano 1980; Luigi Russo, I narratori (1850-1957), terza edizione integrata e ampliata, Casa editrice Giuseppe Principato, Milano-Messina 1958; Le scrittrici dell’Ottocento. Da Eleonora De Fonseca Pimentel a Matilde Serao, scelta e introduzione di Francesca Sanvitale, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1995.

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