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Fresca di stampa mi giunge l’ultima fatica letteraria di Angelo Lippo, Elogio dell’ebbrezza, inserita nella collana di poesia “La Farfalla” diretta da Pippo Mannino, con una colta prefazione di Luigi Scorrano, noto italianista e finissimo dantista, che ha cercato di individuare da par suo le sorgenti dell’ispirazione e le qualità stilistiche ed espressivedel poeta jonico.

Angelo Lippo, poeta, critico letterario e d’arte, nonché intelligente operatore culturale, ha colto bene lo spirito dell’attuale stagione, che vuole riscoprire il valore del vino delle nostre terre, come portato non solo naturale ma anche storico-culturale. Infatti, da almeno un decennio, o forse più, è in atto un processo di ampia portata di riscoperta, valorizzazione e lancio sui mercati nazionali ed oltre dei nostri vini, specie del “primitivo” e del “negramaro”, ormai ricercati con cura dai bons vivants

Se vogliamo fare riferimento al territorio jonico, un ruolo di rilievo viene svolto dal Consorzio Produttori vini del primitivo di Manduria, che si è anche dotato di una bella rivista, Alceo salentino, che è diventata l’ambasciatrice della cultura enologica e del territorio (alla quale, devo dire, collaboro da diversi anni con particolare diletto sviluppando un percorso enopoetico).

Un piccolo centro come Carosino si è dotato di un premio di poesia, ispirato al motivo enologico, dal titolo Dionysiakos, ormai alla IX Edizione, che va riscuotendo un sempre maggiore successo, dietro al quale c’è la regia accorta di Angelo Lippo, ispiratore del premio e responsabile della commissione giudicatrice. Ma, per altro verso, i quotidiani locali ormai dedicano servizi sistematici al mondo del vino e danno conto delle non poche iniziative, che fervono nel territorio jonico e pugliese e che cercano di legare l’enogastronomia ai molteplici aspetti e valori di un territorio ricco di storia e di cultura.

Mi piace altresì accennare, in questa sede, al tema del prossimo Convegno di studi sulla Magna Grecia di Taranto, che quest’anno si incentrerà sul vino, la vite e i riti religiosi legati al vino: un tema, a mio avviso, suggestivo e stimolante, che potrà richiamare l’attenzione non solo degli studiosi e degli addetti ai lavori ma anche dei semplici appassionati e cultori dell’ars bibendi.

Ho voluto richiamare questi aspetti per dire che le occasioni ‘esterne’ hanno in qualche misura influenzato Angelo Lippo che, ovviamente, se vi ha preso spunto per la innata sensibilità e l’attenzione mai superficiale alle istanze del territorio, si è però mosso in maniera autonoma ed è riuscito a costruire un percorso originale di scrittura poetica.

Voglio dire che non basta la scelta del tema per fare buona letteratura e buona poesia; del resto, di buone intenzioni sono lastricate persino le strade, che conducono all’inferno! Ma Angelo, poeta tra i più validi del panorama pugliese, si è cimentato con un tema che ha particolarmente sentito e al quale ha prestato la sua non comune meditazione.

Le liriche che trovano spazio in questa silloge sono appena dieci; si potrebbe dire con l’antica sapienza: poche ma buone, giacché a fare la differenza è sempre la qualità e giammai la quantità.

Angelo ha saputo lavorare di lima, potando e correggendo e consegnandoci alla fine un prodotto di grande qualità e finezza. Il tema del vino è trattato sotto diversi angoli visuali o meglio è pretesto per scavare dentro di sé e per spaziare da una dimensione privata ad una, diciamo così, pubblica, anche se quest’ultima, come ha pure annotato Scorrano, emerge in maniera discreta, quasi ‘involontaria’.

Ma il poeta dei nostri tempi, com’è ormai acclarato, non può più chiudersi nella sua torre d’avorio dalla quale contemplare il mondo e gli uomini, ma è chiamato a mettersi in gioco, a misurarsi con la realtà e a dire la sua in ordine a problemi di ordine esistenziale, morale e culturale, senza la pretesa di possedere la “ricetta” per combattere i mali del mondo o per indicare vie d’uscita risolutive.

In queste liriche si alternano momenti evocativi ad altri meditativi e riflessivi, che creano diversi piani di incontro, in un contrappunto sempre misurato e coinvolgente’, ma ciò che dà unità all’insieme è la gioia del canto, esaltata dall’influsso del dolce nettare.

Nella lirica, da cui prende il nome la raccolta, Elogio dell’ebbrezza, vi sono echi oraziani nonché dell’Antologia Palatina, interrotti da quel verso finale di straordinaria forza e modernità, come nel passo seguente: “E quando l’inverno bussa | alle porte mi cingo le spalle | di morbida lana, | e so che lunga vita mi aspetta | se tante volte le labbra | porterò al calice colmo. | conterò allora a centinaia, | per discendenza romanica, | i boccali e la morte avrà | il sorriso buono dell’annata.

In un’altra intitolata Se il tripudio, il senso della gioia che pervade le campagne ai tempi della vendemmia, si mescola con quello della rimembranza in un ritmo avvolgente e pacato: “Intenso profumo di pampini | respiro: cadono dai vitigni | acini ebbri – saturi. | M’inginocchio per cantare le lodi | dell’allegria benefica | inneggiando il tripudio. | La terra è umida | denuncia il transito delle voci, | tutti riconoscono la bellezza. | Dai tralci vestiti a festa | inghirlandati di cherubini | splendono memorie ataviche”.

La malinconia occhieggia in un’altra lirica, Un possibile brindisi, in cui il poeta ritorna ai tempi dell’infanzia e il brusio del mosto invade le strade; tutto è indecifrabile, egli dice, il che sottolinea la sostanziabile impossibilità di ‘decifrare’, di ‘leggere’ il mondo, la realtà, ma poi in uno scatto di fede, sogna “un possibile brindisi di gioia” per superare la condizione di solitudine che fascia ogni uomo.

Non mancano, a riprova di una condizione di vita sempre incerta e precaria, l’interrogazione insistente e l’autoanalisi che lo portano a chiedersi. “saprò ascoltare l’inaudito | che dentro suscita risvegli, | mentre miopi invochiamo | e pretendiamo garanzie | di una vendemmia festosa | per l’oggie per il domani?”.

Elogio dell’ebbrezza è una silloge, che merita di essere conosciuta in quanto, al di là del motivo occasionale, largamente superato dalla sensibilità del poeta, ci consegna una produzione intensa e raffinata, amabile e coinvolgente, che segna un’ulteriore importante tappa nel percorso letterario di Angelo Lippo. Essa si snoda fra richiami classici e accenti moderni, in una fusione ed in un equilibrio sentimentale, tonale e stilistico davvero mirabili.

Recensione
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