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I paradossi della vita sospingono verso la creazione di scritti che mostrino le lacerazioni inquietanti e doloranti fra le strettoie della realtà: il talento di Ferdinando Banchini si divincola tra richiami opposti che s'incontrano, mentre intorno a tante tensioni, mutazioni, dissolvimenti e rinascite l'autore crea "il sottile involucro sonoro cli cadenze e assonanze di sillabe". cioè... scrive. Ecco così l'origine degli "accostamenti di parole" che, come Banchini spiega nel suo scritto, è un "tentativo arduo, forse disperato, di catturare l'immenso con lacci brevi e fragili". Proprio dall'"immenso" il poeta parte per indicare al lettore il percorso della sua opera, dai versi intitolati "Vuoto": «Aride rocce e sabbie, | isole desolate, | chiuso cerchio dei giorni | lenti stillanti da fiale d'assenzio. | Ma nel vuoto ti cerco, | Dio segreto c disperso | che trattieni il tuo dono, | Dio che in me ti fai tenebra e silenzio». L'Immenso che ci cattura" è dunque Dio.

Se però la prima parte del libro porta il titolo "Oscillazioni", è solo nella seconda "Attese", che dà il nome all'opera, che l'autore mostra la sua piena maturità stilistica. Dapprima Ferdinando Banchini avverte il lettore che l'attesa è "apertura trepida a tutte le possibilità e a tutte le realtà, salita verso il momento della scelta, sguardo rivolto a ciò che ancora non si vede", ciò che ci fa uscire dalla prigione dell'immutabile. raccoglimento e tensione; siccome poi tutto nella vita è passaggio, è cambiamento, è divenire... tutto è attesa, poiché nulla è definitivamente raggiunto. Così questa seconda sezione del testo comincia con un elogio di questa vigile inquietudine: «Mistero trepido. mentre da lontane | terre verso di noi già muove l'avvento | della nostra pienezza; mutare lento | del seme che sotterra prepara il frutto | di luce; vigile assiduo indagare | le monteplici vie del futuro annunzio». Questi versi terminano però con una metafora che tutto il contenuto dell'opera racchiude e fa trasparire: «Fiume gonfio che alfine trova il suo mare». Non solo l'attesa trova infatti rivelazione ed è maturazione segreta, ma anche il testo di Banchini è mistero che si rivela e sviluppo partecipe della ricerca di quel significato c di quelle emozioni insite nello scritto. Proprio in questo sta forse la soluzione del titolo: l'opera è un seme nella mente dell'autore che si trasforma, mediante la scrittura, in fiore e frutto; è un frutto di cui il lettore si nutre, ebbro del suo dolce sapore.

L'armonia delle immagini viene inoltre colta dal fruitore del testo mentalmente e visivamente, grazie a gradevoli riproduzioni di cui forse la più pregnante è quella illustrata da Marino Marini nel 1926: da sotto il cappello della giovane fanciulla fa breccia nell'immaginario uno sguardo di cui è difficile cogliere l'essenza; uno sguardo che in effetti richiama l'ultima parte del libro, intitolata "Brevi Incontri". «Ogni giorno incrociamo altri sguardi», ci dice infatti l'autore: «passiamo accanto ad altri corpi, altre anime ci vengono incontro per dileguare rapide dietro di noi... Sono come le tante piccole valve eli conchiglie che ci parlano delle profondità remote da cui provengono. dagli ignoti abissi non dissimili forse da quelli dove anche noi ogni giorno affondiamo il nostro umano mistero di creature che uno stesso mare agita, urta, disperde».

Di questa favolosa opera di Ferdinando Banchini si sono occupati numerosi studiosi e critici. E' stato definito un lavoro che racchiude versi pieni di movimento, interessanti per il contenuto, il colore, il linguaggio; è unos critto che dà vita ad una riflessione introspettiva e che si eleva alla ricerca mistica dell'assoluto, con uno stile delicato, luminoso ed incisivo nel suo andamento raffinato. Ne sono insomma state cantate le lodi in molti modi, poiché chi ha gustato il frutto non può che vantarne il sapore forte ed indimenticabile.

Recensione
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