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Una storia di giovani ambientata a Udine
L’utopia postmoderna della generazione rock
Da mesi è presente nel vasto e complicato mondo della narrativa
un romanzo o racconto lungo di Claudia Manuela Turco, intitolato Brina Maurer,
che ha due caratteristiche rilevanti. La prima è quella di avere come titolo
soltanto il nome della protagonista, cioè Brina Maurer; la seconda è quella di
proporsi, inconsapevolmente, come il prodotto di un mondo “altro”, estraneo a
quello consueto e, direbbe proprio la protagonista, convenzionale e conformista.
Cioè, dico io, del “mondo dei giovani”.
Quella del titolo non è certamente una novità, si pensi a
Metello di Pratolini, a Nanà di Emile Zola; e ancora ad Anna
Karenina di Tolstoj e, perché no, a Nedda di Verga. Con tutti questi,
e con altri naturalmente, Brina Maurer condivide una esemplarità molto
accattivante; anche se è del tutto scontato che non si è inteso fare alcun
confronto di merito. Ma vediamo ciò che dicono: Metello è il Neorealismo;
Nanà il Naturalismo; Anna Karenina è il Decadentismo della
borghesia ottocentesca; Nedda il Verismo. E allora, riflettendo
attentamente su Brina Maurer, ritengo si possa dire che quel nome è nella
sostanza, il “Postmodernismo utopico” della generazione rock.
A voler dare una informazione sommaria del contenuto, bastano
poche parole. Brina Maurer è «una teen-ager trasgressiva e moralista, figlia di
una pornostar», che per 85 pagine racconta la sua vicenda personale con una
sostanza unica e, tutto sommato, assai semplice: il rifiuto del mondo e di chi
lo abita. Questo racconto mi ha fatto scoprire le ragioni profonde della reale
difficoltà dei rapporti psicologico-mentali tra le generazioni del secondo
dopoguerra, fino almeno ai Settanta, e quelle post ’68; specialmente della fine
secolo e dell’inizio millennio. Le prime lavoravano sempre su un “progetto” di
vaste dimensioni e dai contenuti ben chiari; le seconde su elementi contingenti.
Riducendo tutto all’esperienza personale immediata, e tuttavia non lungo una
linea, come potrebbe sembrare, di narcisismo decadentista; bensì, lungo quella
di una presa di coscienza della negatività di principi e di regole.
È un racconto tutto sommato importante, se non altro perché non
rimane sospeso nell’area superficiale dei prodotti di intrattenimento, ma
costringe alla riflessione, fino al punto di rivelare un involontario progetto
conoscitivo. Viene però a mancare la proposta almeno parzialmente risolutiva,
almeno come presa di posizione non freddamente individualistica. Credo allora si
possa dire questo: si tratta di un tipo di narrativa a motivazione istintuale e
spontanea, anche se stilisticamente ben controllata e autoconsapevole. In
effetti si tratta di istintività di natura morale o addirittura moralistica, che
inconsapevolmente parte da un azzeramento del mondo e della sua storia, nella
convinzione che sia possibile garantirsi l’ingenuità e la pulizia di una specie
di originarietà mitica e irriflessa. Va riconosciuto che un atteggiamento del
genere, o meglio una tale visione della vita, esiste anche in altri settori; ad
esempio in tutto il mondo del “noglobalismo” e anche nel più comprensibile
universo del rock.
A me
piace, a tale proposito, soffermarmi su certi gesti dei giovani che sono
diventati veri e propri fatti di costume. Per esempio, le braccia alzate e fatte
oscillare da destra a sinistra, o viceversa, proprio durante l’ascolto dei
concerti pop. Non si tratta di movimenti accompagnatori dei ritmi musicali,
bensì di un gesto spontaneamente liberatorio diventato subito collettivo, quindi
di “appartenenza” ad una comunità che vi si riconosce senza incertezze. Nel
racconto della Turco non si individua alcun elemento esterno che avalli
l’accostamento culturale qui proposto; c’è invece nel contenuto narrativo, nel
messaggio complessivo, in quel “rifiuto del mondo” che si conclude in una specie
di autogiustificazione fredda e precisa, che può anche apparire ingenuamente
infantile, ma si trasforma in un gesto culturale di grande rilievo: «Con Udine
ho chiuso. Devo cominciare a vivere senza Cola, senza passato. Non so se resterò
per sempre a Bologna, ma so che a Udine non ritornerò. Forse in brughiera
troverò il mio Heathcliff. So solo che andrò ovunque mi porteranno le mie
spugnette rosse danzanti.»
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Recensione |
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Brina Maurer
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narrativa
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| Autori |
| • | Claudia Manuela Turco |
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Edizione:
Bastogi Editrice Italiana
Foggia 2005 |
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| Lettera dell’autore ad Alessandro Baricco - pp. 90 |
| prezzo: € 10,00 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Il Friuli nr.48/2006
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