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È poesia di natura religiosa quella di Lilia Slomp Ferrari, Religiosa non in senso confessionale, naturalmente, né tantomeno devozionale, ma etimologico. Poesia di ponte, di legame compenetrante e consustanziale tra uomini, creature, cose nel ventre della natura. Qui s’incontrano con respiri diversi, battiti forti, pulsioni complesse, segnali di vita sommersa, ignota, che esige, però, di essere evocata, portata alla luce.

Religiosa, dicevo: perché in essa si coglie il senso di una nostra povertà umana, di una nostra debolezza, di una nostra incompletezza. Il senso che una comunione perfetta sia impossibile a causa delle zone impenetrabili, incomunicabili che rimangono in ciascuno di noi. Come se ci toccassimo nella nebbia, senza mai vederci fino in fondo, senza mai poter penetrare fino in fondo l’anima dell’altro, il suo problema, e farlo nostro. Ma c’è, di converso, una sottile, tenera, tenace capacità-volontà (frutto di un paziente muto intensissimo ricercato dia-logare) di comunicare con quelli che sono nell’al di là con una intimità prima impossibile. Il papà, il fratello Ezio, la mamma, la nonna, Lucia…: con loro sì c’è vera comunione, senza l’opacità del corpo, senza le divisioni del pensiero nel modo di vivere e di sentire che ci tormentano nella quotidianità della vita. E questa comunione, sia pure nel dolore a tratti riaffiorante, ma elaborato fino a diventare nostalgia (desiderio di ritorno; è così che hai sentito la morte passarti vicina, cara Lilia?) diventa una sinfonia, un tutt’uno con il respiro, con il passo, un endecasillabo.

Nessun atteggiamento consolatorio compare nella poesia, che si fa anche poetica, di Lilia, piuttosto una pietas diffusa e convinta nell’affermare la dignità della donna, la sua oblatività, la sua capacità di attendere e di amare oltre e nonostante le violenze subite.

Anche a questo serve la parola di Lilia – che non sento né semplice né precisa –, a prendere le distanze dal dolore, dopo averlo stanato, scavato, artigliato; a dare ordine a quel magma incandescente di ricordi teneri e soffusi, taglienti e piagati, a seconda dei momenti e dell’angolatura di inquadramento.

“Se qualcuno capisse | quanto amo il compratore esigente | che sa la dolcezza, il succo e il divenire. | Se qualcuno soltanto mi vedesse… così diversa dagli altri frutti…”

Lilia sa bene che “il dolore | è necessario alla gioia | come il paradiso all’inferno”… Ma tale consapevolezza non riesce a neutralizzare del tutto l’amarezza viscerale, soffocata, taciuta di una carezza mancata. “Che mi perseguita è l’infelicità…”

E allora torniamo daccapo: poesia di natura religiosa quella di Lilia Slomp Ferrari!

“Sfugge la cruna dell’ago | il filo dell’attimo |. “La gemma di un sorriso | ti rivorrei accanto per cullarti | nell’antro dell’urlo silenzioso | quando l’altrove si fece preghiera | fino all’ultimo ansito”.

5 febbraio 2009

Recensione
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