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Polivalenza dei sensi

Credo che uno dei motivi fondamentali per cui si scrivano poesie, o meglio, si faccia poesia, sia il bisogno di curare il proprio io. Il poeta è innanzitutto un terapeuta di se stesso. Il verso è un valido stetoscopio per scrutarsi o guardarsi allo specchio e cercare di sanare una determinata inquietudine dello spirito, attraverso la memoria, l'analisi, la riflessione, l'interrogativo.

In un'epoca in cui i sistemi di comunicazione di massa sono sempre più sofisticati, viene fagocitato il tempo per una forma di dialogo più intima e introspettiva: paradossalmente perdiamo la capacità di comunicare con noi stessi. Il poeta indaga quella sua personale dimensione non ancora assorbita fisiologicamente dai ritmi della società, ponendosi dei quesiti e trovando continui interrogativi nel suo percorso, cercando di fermare il tempo nella parola scritta. Parola rivolta innanzitutto a se stesso e poi agli uomini tutti in quanto partecipi di una condizione comune: la vita e, in un certo senso, la solitudine. Mi sembra che ciò sia emblematicamente rappresentato, insieme a motivazioni ancora più profonde e più pregnanti, in Daedalus di Giovanni Chiellino.

Il libro si apre con un'immagine quasi apocalittica e di una particolare «visionarietà» è intrisa tutta l'opera. Mediante versi lucidi, incisi nella pagina, senza falsi e inutili sperimentalismi, l'autore ci proietta in una sorta di viaggio sospeso a metà tra la realtà e il sogno, tra un percorso interiore e l'esperienza vissuta. La sensazione che si prova nella lettura è di una sospensione, un continuo vivere e procedere in bilico tra entità uguali e contrapposte. Tutta l'opera è pervasa da un senso di disagio, di precarierà, di attesa di un «evento chiarificatore» che si cerca disperatamente di indagare, di prevedere. Ma l'autore avverte l'inevitabile inadeguatezza dello strumento «parola» di fronte all'Imponderabile, all'Enigma. Si consuma così il dramma dell'uomo di fronte al mistero della vita. Egli cerca di sviscerarlo, di possederlo, ma nel momento in cui crede di essere vicino alla risposta fondamentale s'accorge dei falsi velami del reale, dell'errore, dell'inciampo.

Di entità uguali e contrapposte, parlavamo, e del mistero della vita. Tutto ciò nei versi non si trova dichiarato schematicamente, in maniera quasi consolatoria: il Bene e il Male, il Vero e il Falso, il Nero e il Bianco, la Luce e il Buio. Queste parole o i loro concetti ricorrono spesso, ma stanno ad indicare «realtà» fuse insieme, intrecciate, mutevoli, contraddittorie, inconoscibili o non facilmente riconoscibili.

Presenza e assenza di Dio. Il limite del divino alla conoscenza umana o simulacro dietro cui si svela il nulla. Presenza di Dio come concetto o come Logos. Silenzio di Dio come prova drammatica della sua inesistenza o affermazione ancora più disperante della sua esistenza. Luce e buio intesi alternativamente come la conoscenza o l'ignoranza, il bene o il male, la nascita o la morte.

Il mistero della nascita, atto d'amore materno e divino, o arbitrio della madre e di un Dio dai disegni enigmatici. Oppure frutto del caso, crocevia, punto d'incontro nel Caos, nell'onda dell'essere e non essere. Dramma dell'uomo Bifronte alla propria origine. La morte come definitivo annientamento o ritorno di un'onda ad un oceano metafisico, un'entità chiusa, un simbolico cerchio. Oppure la morte come passaggio o definitiva siepe fra vivi e morti, alta, invalicabile se non con l'arte del ricordo.

La madre, simbolo di amore e di morte. Il sesso come scintilla di origine. La vita come sogno e il sogno come realtà. Come uscita dal buio e viceversa. La tensione al volo, alla luce, alla ricerca; alla fuga dalla realtà, dall'essere, da una predestinazione, da uno schema definito o semplicemente dall'errore o da un piano divino.

Questa enunciazione non è che una piccola parte delle suggestioni che il libro propone. E il modo concitato in cui ne ho parlato era per rendere, in misura del tutto inefficace, il ritmo che invece è così intelligentemente scandito nelle liriche. In realtà di «pause» al sogno inquietante e sospeso che l'autore propone, ne troviamo disseminate qua e là, ma subito minacciate dall'incombenza del Tempo che consuma o da qualche altro evento di cui si ha inconscia percezione ma che non si sa definire.

Parlando ancora di suggestioni, oltre a una fitta simbologia c'è in «Daedalus» anche un sapiente recupero di alcuni miti dell'antichità classica: Ulisse e le colonne d'Ercole, l'immagine della Sibilla e, naturalmente, Dedalo.

Dedalo, l'«Artefice Primo», oppure colui che possiede l'arte del volo o l'ingegnere di quell'oscuro labirinto che è la vita, alla fine del quale troveremo la risposta definitiva (o doppia anch'essa come il Minotauro?). O non siamo piuttosto noi Dedalo, che cerchiamo con strumenti inadeguati di essere gli «artigiani» del nostro vivere? Ancora una volta la polivalenza di significati che suggeriscono i versi del poeta rendono la lettura di «Daedalus» estremamente affascinante.

Recensione
Daedalus
poesia 
Autori
Giovanni Chiellino
Edizione:
Genesi Editrice
Torino 1990

Prefazione di Giorgio Bárberi Squarotti - pp. 76

Recensione a cura di
Pubblicata su:
Idea nr.47/1991
 

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