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Una girandola di frammenti che irrompono da un universo mediterraneo denso e lieve ad un tempo; pennellate di colore che sfiorano tutta la gamma delle sensazioni possibili, prima centellinate e poi profuse a piene mani, sulla scia di una solarità che sembra esplodere, espandersi, inondare tutte le cose: questa è l’impressione che rimane dalla lettura delle poesie di Filippo Giordano. Poesie che verrebbe voglia di leggere a labbra socchiuse, sillabandole piano, seguendone ora la linearità narrativa dal piglio prosastico, ora la musicalità che fluisce con ritmo trasognato.

La lanterna magica di Giordano proietta cieli, terra, paesaggi di pietra, animali sfiniti dalla fatica, uomini ugualmente sfiniti che hanno “mani e parole callose”; snoda gli emblemi di una ritualità antica e pur sempre nuova, che ha il gusto delle leggende e delle filastrocche snocciolate nelle quiete sere d’inverno, la cadenza delle nenie arabe tristi e dolcissime, come triste e dolcissima è questa vita sospesa tra Tutto e niente.

Poesia di contrasti, quindi, in cui le parole giocano a rincorrersi, mescolando profumi di basilico, origano e menta selvatica, la fragranza del “pane cotto al forno di campagna” e gli odori acri delle stalle e dei vicoli bui, gli odori della fatica e della pena di esistere.

Tutto si alterna, sfugge, si smarrisce, ritorna ancora. E’ il ciclo del giorno e della notte, con la colonna sonora delle cicale e dei grilli che imprigionano l’anima nel sortilegio del loro canto ossessivo, è l’avvicendarsi delle stagioni, il trascolorare delle distese assolate e dei volti degli uomini in un’arsura che non è solo fisica, che incendia e consuma corpi e anime.

Se il mondo è un inventario di segni indecifrabili, il dubbio prelude ancora alla ricerca, nell’attesa “che s’alzi dal villaggio la colomba | nascosta dentro il nido della torre, | aereo filo raccolto chissà dove”.

Il sogno è ancora possibile: il dolore non esclude la lotta, l’oppressione non impedisce l’ipotesi del riscatto, la fatica non trattiene dal cammino. Si impone un’istintiva pietà, un filo che lega i “cafoni” siciliani senza terra e senza illusioni, perduti dietro il loro eterno imprecare fra le “trazzere” riarse, e l’ex modella sessantaquattrenne che si lascia morire di inedia e di solitudine in uno squallido angolo urbano di Parigi.

Di contro, il mito della giovinezza, ubriaca di vita e di amore tra i papaveri nel solstizio d’estate, ignara, incantata. Gli esseri umani sono creature perseguitate dall’infinito, perennemente smaniose di trovarne la traccia labile inscritta nel travaglio quotidiano: “Affiorati dalle viscere dei secoli, | egli, tu, noi, come origano | fra l’erba, frammenti d’eterno”

La parola consola senza tradire il senso della realtà, è espressione di una dignità insopprimibile che si effonde nel canto: “Per questo il pittore distende | coltri luminose di tetti | a chiudere il tempo in gabbie di luce”.

Recensione
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