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Con tutta probabilità il mestiere di poeta oggi si è perduto definitivamente, nel senso che il poeta tout court non abita più qui. In compenso l’uso delle poesie si è allargato enormemente: in ogni ambiente, in ogni settore sociale, sotto, spesso, mentite spoglie si cela una corda tesa che non smette di risuonare secondo gli accenti della composizione poetica. Ne è una riprova questa raccolta, e chiaramente tutta l’opera, di Filippo Giordano, impegnato in campo sindacale ma da lungo tempo dedito alla scrittura poetica tanto ormai da essere presente in diverse antologie e da contare numerose pubblicazioni. Passione di vecchia data dunque che giunge a consuntivo con questa raccolta proveniente da poesie già pubblicate su diverse riviste da Milano alla Sicilia natia.

Nel titolo, una questua autorevole, una parentela ricercata con la lirica leopardiana di cui però nelle poesie di Giordano manca la struggente certezza del nulla.

Sono quadri netti, parole piane quelle di Giordano, dal giro breve e quasi epigrammatico del frammento poetico fino a descrizioni più ampie in cui ampio spazio è ritagliato per i ricordi emergenti dal passato. La lingua è bella, le immagini vivide e autenticamente sincere, intrise di sano naturalismo osservato con occhio attento e pensoso; un risultato, se ci si passa la licenza di un giudizio, decisamente piacevole per ciò che riesce ad evocare.

Recensione
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