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Presentazione del libro
Centro Culturale di Mistretta - 25.07.1992

Vorrei accingermi a presentare brevemente il bel volumetto di liriche di Filippo Giordano “Del sabato e dell’infinito”, edito da “Il Vertice” a Palermo, nel Febbraio 1992, nella collana “Presenze nella poesia” diretta da Carmelo Pirrera.

E subito mi tornano alla mente e in un certo senso mi rendono esitante le parole con cui chiude la prefazione al libro in questione Sebastiano Lo Iacono: “Anche le prefazioni del prefatore non hanno senso. Perché pre-fabbricare un testo sul “testo” che lo precede?”. È vero! Che senso ha, allora, la presentazione di un libro di poesia? Il mio intervento vuol porsi, perciò, piuttosto come itinerario di lettura, come invito alla lettura di questa silloge di versi, un tentativo di decodificare il testo poetico, una delle tante decodifiche possibili della parola e del mondo poetico di Giordano, convinto anch’io, come Carmelo Pirrera, che “il discorso di Filippo Giordano acquisti spessore poetico per quel tanto di taciuto che però continua a premere all’interno della parola, nella modulazione del verso, nelle accensioni ironiche. Poi, dopo quanto dirò io, ognuno di voi, nel silenzio del proprio cuore e della propria coscienza, potrà riascoltare questa parola poetica per ricavarne cento, mille altre suggestioni e sfumature e sensazioni che io non ho saputo scorgervi, per scoprirvi la bellezza di tutte quelle immagini che io ho, più o meno volutamente, tralasciato di presentarvi, per continuare il dialogo che, stasera, spero, io riesca a introdurre e a stabilire tra voi e il nostro poeta.

E per cominciare io vorrei invitarvi a prendere le mosse non dalla prima poesia di questo volume, ma dall’ultimo verso dell’ultima poesia, che ha per titolo “Oltre gli usci ombrosi”. L’ultimo verso dice: “a chiudere il tempo in gabbie di luce”. È un verso molto bello, che ci offre un’immagine stupenda di sintesi poetica nel filone della migliore produzione letteraria siciliana dei Verga, degli Sciascia, dei Tomasi di Lampedusa, là dove la nostra Isola è vista come immersa in uno stridente e drammatico contrasto di luce e di ombra, di nero e di tetro pur dentro la sua luce immensa e sfolgorante. Infatti, nel Nostro ci sono da un lato i “neri mantelli”, gli “usci ombrosi”, la donna “di nero velata” e dall’altra le “gabbie di luce”. Voglio leggerla con voi questa stupenda poesia, perché c’è già, qui, uno dei temi più cari al nostro poeta e perché essa mi è parsa una delle liriche più pure, più terse e più alte del volume:

Oltre gli usci ombrosi

Appena oltre le foglie di oleandri,
dai balconi scorgi vicoli segreti,
cosmogonie di neri mantelli
e secoli rappresi oltre gli usci
ombrosi. E muri, archi, selciati
e scalinate in litanie di pietra.
La donna, di spalle, di nero velata
anziana com’è… si sa dove và.
Per questo il pittore distende
coltri luminose di tetti
a chiudere il tempo in gabbie di luce.

In questa stessa lirica troviamo un altro verso ampiamente rivelatore che ci conduce, anch’esso, nel cuore del mondo poetico di Giordano. Abbiamo letto: “e secoli rappresi oltre gli usci ombrosi”. Si può individuare qui la tematica forse più cara al poeta e più composita e più vasta e coinvolgente, l’aspetto più significativo della prova poetica del Nostro, che scorge nel suo villaggio-simbolo (Mistretta) il segno e la voce e la coscienza e la presenza della Sicilia tutta, condannata ad una immobilità irreale e arcana, senza storia e senza tempo, come se le cose e gli uomini si fossero fermati e bloccati per sempre in un passato lontano, irrangiungibile e insondabile,e d emanasse da quei secoli rappresi una luce assurda e misteriosa, come da un paesaggio pietrificato per un incantesimo: “e muri, archi, selciati | e scalinate in litanie di pietra”.Questa sensazione poetica, drammaticamente viva e palpitante, percorre l’intera silloge, visita il “villaggio della patria-matria perduta, il villaggio senza storia dove la storia si è fermata. C’è ancora dopoguerra, un dopoguerra rivissuto negli anni novanta, i magici anni del pestifero festival del non senso”, come dice ancora Sebastiano Lo Iacono nella prefazione. E allora è una teoria di parole poetiche, di immagini legate a quel tempo perduto: sentieri fra la neve da porta a porta, fienili maleodoranti, capre nei valloni, callosi villani, feudi baronali, la bisaccia di grano, covoni, spighe, muli, aie, mandorli duri, prezzemolo e basilico, la capra legata al mulo, nenie arabe, trazzere regie, fruscio di serpenti, monili e monete, insalate a base di cipolle, menta selvatica, la timida donnola e volpi e poiane, nenie di cicale, scalinate, balconi e pergole, serenate di grilli, varate, canestri di filastrocche e muddicati, la luna che “all’alba liquefa il biancore | schiumoso dentro il secchio del pastore”, biancospini, bovari, le parole a catena, l’arco del quartiere antico, le pendici del castello saraceno…

Al rimpianto per il tempo perduto si mescola il tema della protesta sociale. Ma si badi bene: a me sembra che il discorso poetico del Nostro non scada mai, nemmeno in simili occasioni, nella cosiddetta “sicilitudine” cioè nella denuncia e nella protesta che si trasforma, a volte, in odio di classe, in lota, in violenza bieca, come fu per il movimento dell’Antigruppo sorto nei primi anni settanta nella Sicilia occidentale. C’è, piuttosto, nel Nostro una velata pietà per i deboli, i poveri, gli oppressi, gli emarginati, gli sfruttati dai vecchi e nuovi ricchi; e la protesta si informa e si manifesta anche con immagini di un vivace colorismo e di una sofferta ironia: “e coi pomodori colora l’orto”, “e coi limoni colora l’inverno”.

La nostalgia per il tempo perduto non è mai in Giordano espressione evasiva, consolatoria ed elusiva rispetto ai problemi reali dell’esserci qui e ora: il passato racconta le sue vicende attraverso un continuo rifluire al presente. Si veda, a tal proposito, “Via San Nicolò” in cui gli uomini sono sorpresi, al mattino, con le pale a costruire sentieri per la neve da porta aporta. Uomini forti, resistenti, pazienti, grandi, laboriosi. E al presente? “l’uomo è un balenio dentro la selva”. Oppure, per essere degni eredi di quegli uomini grandi, “servitori di feudi baronali | dalle pupille bruno zolla, fieri | talvolta, a gruppi con la falce in pugno | levando ran-cori fra le spighe | contro i pieni granai dei padroni”, si deve affiorare dalle viscere dei secoli, con la stessa bellezza e freschezza dell’origano che sbuca fra l’erba, frammenti d’eterno, si deve avere nel sangue la loro stessa fierezza, il loro stesso coraggio di vivere e di lottare.

Il tormento di vivere, la pena di un’esistenza priva di senso si manifesta nei versi di Giordano nella impossibilità e pure nella necessità e nel bisogno di conoscere la vita, l’Essere, il Tutto. E sgorgano da questa vena profonda i versi più belli, le immagini più delicate, infarcite di un simbolismo che si carica di emozioni e di struggente mistero. Si veda, a tal proposito, la lirica intitolata “Nascendo”, tutta costruita attorno al simbolo del “seme di girasole”, ad evidenziare il senso di una perdita irreparabile per l’essere umano fin dalla sua nascita, la sua condizione di infelicità che si scopre nell’ansia che sempre lo divora e mai si spegne, di cercare il senso e il significato della vita e del mondo; ansia di conoscenza che si concretizza nell’altro simbolo della lirica: nel contadino che scruta le pieghe del cielo. E la pena esistenziale dell’uomo sembra non avere scampo, correttivo alcuno, nessuna risposta né in cielo né in terra, se non nell’attimo di un fugace incontro, in quella stretta di mano di due anime che si incontrano, nel breve spazio del loro incontro. Sul tormento di vivere, su questa visione tetra e tragica dell’esistenza, si leva, dunque, una nota di tenue speranza, una stretta uscita di sicurezza, che s’intravede soltanto nel rapporto d’amore che può e deve legare gli uomini tra di loro, nell’amicizia che aiuta a spegnere e a placare la pena esistenziale dell’uomo.

E, tuttavia, l’Essere è, continua ad esistere. “E l’erba conserverà il suo mistero chiuso, chiuso gelosamente nel confuso cerchio indivisibile dell’invisibile, scrive ancora nella sua prefazione S. Lo Iacono. E il poeta guarda a questo mistero che si ripete con struggente commozione e tenerezza e ci regala quella lirica breve, che è una pennellata di bellezza: Ilenia, una faccia di luminosa luna, un accento posto sulla “e”, che inizialmente ha congiunto in un rapporto d’amore due persone. Ecco, dunque, come il discorso sull’Essere di Giordano approda nella coscienza dell’amore come unica e assoluta certezza della vita.

Ma la vita è pena, è inganno, e a farne le spese sono specialmente i giovani. Il tema leopardiano delle illusioni si caratterizza nel Nostro con tocchi di struggente originalità, quasi un destino bieco e cieco si incattivisse contro i giovani, contro la loro fede, la loro ingenua speranza: “quel ritrovarsi con la bocca amara | sotto quel cielo dove più credeva”, un destino crudele e insondabile che non concede loro spazi di luce per crescere, che soffoca i loro sogni come per il giovane castagno della poesia omonima che invano ha “giocosi | riflessi verdi d’una intensa luce, | vogliose foglie di ondularsi all’aria, smaniosi rami | di tenere confidenze con gli uccelli”; come per la ragazza all’uscita di scuola: “quando passi la trovi là, ignara, | col sorriso fra le ciglia racchiuso”.

Ho avuto modo di far cenno alla presenza di simboli nella poesia di Giordano e il discorso mi conduce a soffermarmi sulla presenza di oggettivismo simbolico che caratterizza buona parte della produzione poetica di Giordano e che, a mio modesto avviso, costituisce la sua nota più originale, ciò che dà spessore poetico al discorso del Nostro. Ed è quanto ci è dato cogliere specialmente nella prima lirica della raccolta, là dove il poeta, rivisitando temi cari al nostro grande leopardi, tesse attorno ai simboli del sabato, del villaggio e dell’infinito la sua trama di intuizioni, che sono tra le più belle, più forti e più cariche di significato poetico dell’intera silloge. Leggiamo insiemequesti bellissimi versi:

Del sabato e dell'infinito

Se fosse un grande albero la vita…,
se, come scala a chiocciola disposti,
un secolo contasse ogni suo ramo
e se dal nostro ramo in su lanciando
gli occhi, non vedessimo la cima…
E se l’albero nostro fosse dentro
una foresta grande e sconosciuta.
Se fosse la preistoria sottoterra
un grande labirinto di radici…

vederci rimirare discorrendo
di come pulsa il cuore del villaggio
un sabato fra miliardi d’altri giorni
sarebbe uno zero fratto niente.

Il sogno inconfessato invece è quello
che s’alzi dal villaggio la colomba
nascosta dentro il nido della torre,
aereo filo raccolto chissà dove.

C’è, come si vede chiaramente , costruito il senso dell’infinito spaziale, attraverso quel grande albero della vita, la foresta grande e sconosciuta, la preistoria come grande labirinto di radici; e il tempo è il Nulla, uno zero fratto niente. Ma da questa visione desolata e tragica della vita, si lega l’unica speranza possibile per il Nostro, l’unico sogno vero, che poi, a mio avviso, ci riporta a ripercorrere tutto il discorso che siamo venuti facendo: Il sogno inconfessato è che “s’alzi dal villaggio la colomba”. La speranza, io credo, consiste per Giordano nella riscoperta del villaggio, della vita antica che vi scorre, dei valori eterni che non devono essere offuscati e che si individuano in quella umanità antica (di cui noi siamo i pronipoti) così ricca di aneliti di libertà, di giustizia, così viva nella sua semplicità, così legata gli affetti. La speranza è riposta in questo villaggio, dove ancora la vita è possibile, dove i legami col passato ancora esistono e vanno protetti, dove la vita può avere una sua freschezza, un senso, nel non senso che caratterizza i luoghi al di fuori della villaggio, dove “la città… chiusa al settimo piano | degli orli di prato ha perso l’arcano; dove “il gas veleno delle auto | cancella la storia dei monumenti”.

In conclusione, a me sembra di trovarci in presenza di un poeta degno di questo nome, e di una raccolta ricca di suggestioni, di bellezze da scoprire, da cui prorompe un canto stupendo alla vita, a tutto ciò per cui la vita vale la pena di essere vissuta. E il tutto grazie a un linguaggio poetico molto interessante, alla ricerca di una parola scarna, essenziale, ricca di vibrazioni profonde e di suggerimenti allettanti.

Recensione
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