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Dal tunnel alla scoperta di Dio

Il vittoriese Emanuele Giudice, avvocato, già Presidente della Provincia di Ragusa, vincitore di numerosi, importanti premi per la sua attività di saggista, di poeta, di narratore (ha pubblicato una ventina di libri di successo; nel 2002 gli è stato assegnato, oltre al premio internazionale "Città di Milano" per la narrativa, che segue La morte dell'agave e precede Il poeta e il diavolo, il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri), recen temente ci ha donato, edito da Bastogi per la collana Il Capricorno, la raccolta di liriche Finale d'avventura. L'acuta e tematicamente completa prefazione è di un amico che stimo senza riserve: Vittoriano Esposito, critico letterario apprezzato da tutti per la sua finezza d'analisi e perché non condizionato da alcuna pregiudidiziale, tanto meno d'ordine politico.

Giudice, che ormai da molti anni mi onora della sua stima e mi gratifica della sua calda amicizia, rivela nell'opera citata, ancora più che negli altri libri, la sua profonda religiosità. La sua "avventura" umana ha la sua conclusione luminosa, di là delle ansie e di ogni angosciante paura, nelle braccia aperte del Dio della luce. Scrive Esposito che il poeta ibleo ha qui disegnato "il tragitto di un'anima" capace di liberarsi dal tunnel della disperazione "per appropriarsi delle ragioni della vita". Nella lirica che titola l'armoniosa e toccante silloge, prima della conclusione si chiarisce il senso della conquista rivelatrice: "E ogni incerto fonema | ogni mio balbettare | Io sento già | rotolare nell'eterno, | ogni ricordo e pianto, | nostalgia di ritorni impossibili – di cose fatte | malfatte | omesse |...Perché tutto ora | si fa nuovo e diverso | s'aggancia ad altro senso | mentre muore il passato | nelle brume". Si precisa nel secondo risvolto di copertina che la fede di Giudice è maturata tra le spine della domanda, temprata nell'affanno e nella tensione della ricerca, dello scavo ostinato nei recessi della mente e del cuore.

Non c'è una sola poesia, in questo aureo libretto, che non abbia i suoi innegabili pregi; e anzitutto, a sostegno dei con cetti, quello di una lingua elitaria ma niente affatto artificiosa nel suo limpido flusso. Nelle pagine de Il tempo consegnato agli uragani riferendosi a Dio, l'intendimento, che poteva essere solo teoretico, si traduce in una confessione di riscatto: "E invece c'eri | annidato in quella mia | pretenziosa possanza, | o in quel traliccio esile | di ragno | che invano arpionavo con le mani | (lo immaginavo acciaio), | oppure ti celavi | nel mio resistere indomito | sulla punta del molo, | colonna di porfido che sfida | la rabbia del ciclone, | tende invano l'artiglio | alla spumosa collera | del mare". Le spontanee argo mentazioni speculative sono scarne ed essenziali: "La stessa morte | è tempo che s'azzera, | a sé si nega | liquida, sfuggente". Qua e là, come nei versi de L'abbraccio che chiudono il libro, dominano la chiarità e la melodia dell' immagine: "Ed è musica ora | a ghermire i silenzi, | echi di cori | catturano la luce, | rivestono di magico | il mattino. | Ora | il mio fiume scorre | languido, sereno, | povero d'acque, | gonfio d'avventure, | supera sassi e melme, | avido della foce...".

Poesia, questa di Giudice, che rigenera la vita nei deserti della stoltezza e dell'indifferenza, che dà forza e splendore, purificandolo, al respiro dell'anima.

Recensione
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