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Il tunnel illuminato di Emanuele Giudice

Nella prestigiosa collana "Il Capricorno", la Bastogi ha pubblicato la nuova silloge di Emanuele Giudice Finale d'avventura, con un'incisiva analisi prefatoria di Vittoriano Esposito. L'autore noto e apprezzatissimo per la sua personalità poetica e per la sua plurillustre attività culturale e letteraria di grande spessore, riveste, in essa, di luce lirica la sua vicenda esistenziale, già annunciata nella colloquiale confessione narrativa "E venne il tempo dei gabbiani stanchi..."

Pilastri del cursus poetico sono due binomi me taforici "la bufera del buio" e "l'avvento della luce" il primo individuato nei settanta versi del tunnel iniziale, il secondo nei centoquarantasette della lirica finale "L'abbraccio". Entrambi sono topoi terminali del di scorso poetico entro cui si attuano i percorsi che "dall'uragano del nulla" che assdia le amare per plessità della terrena avventura, culminano negli orizzonti della trascendenza che "solo amore e luce ha per confine", come canta l'Alighieri.

Affluiscono dalla memoria, dal cuore dall'inconscio, una pluralità di sviluppi meditativi e connotativi, il cui incipit orbita nel "tunnel" che ne prefigura l'essere bivalente tenebre-luce. Ora infatti si enuclea nei testi la gamma di attese, di interrogativi, di sgomenti del vuoto, del nulla, della morte e di qualche balenio di luce. Ora la solitudine apre la porta alla speranza dell"'oltre indecifrabile" e lo smarrimento sulla croce dei precipizi cede allo svelarsi "di epifanie intraviste" "dopo giorni d'opaco". Ora il Vangelo "rivisitato" riduce i costi della vita, rimuove ostacoli e allontana il tormento dei disperati perché. Ora l'anima conquista la pace, "cadendo nelle braccia aperte a cesto" dell'Eterno. Ora, infine, la vita riprende il senso "di dono prezioso" e degno di essere vissuta "con la massima dignità".

Questi sviluppi lirico-meditativi, timbrati tutti di vissuto autobiografico e arricchiti di valenze aggiun tive stilistiche e religiose sono, con un termine te desco, la "Einschlag" tematica della silloge Finale d'avventura. In essa singolare è il potere deflagrante della scrittura poetica, cioè "l'audacia del dire". La parola pare continuamente sollecitata ad uscire dai propri confini per farsi rivelazione dell'animo, eliminando il ricorso ad iniezioni aggettivali generiche ed affidan dosi spontaneamente ad una energica invenzione verbale, come direbbe Giorgio Bárberi Squarotti.

Questa, ribaltata in strutture di polivalenza metrica, – è da precisare – che è caratterizzata da un lato dal ricorso a verbi icastico-incisivi, quali "artigliare", "spappolare", "arpionare", "attorcere", "aggrovigliare", "avvinghiare", "ghermire", la cui resa semantico-espressiva è efficacissima, dall'altro lato dalla dinamica di interazione di nomi selezionati, quali "buio", "ombre", "morte", "silenzi", "nulla", etc. che condizionano I'apertura di ampi spazi tematici coinvolgenti, ma indubbiamente limitati dal trionfale confronto con la parola-chiave "luce", ripetuta nei testi ben ventidue volte.

Ed è proprio questa il punto di convergenza ideale di tutti i vari nuclei poetici: si vede già presente quattro volte nella prima lirica "Il tunnel", che rincorre le dimensioni dei giorni "assopiti | a cogliere un ansito | a farne un sogno". Ritorna sempre sia nel "tessere trame di domande | barcollando tra i dubbi", sia nel "dondolare malinconiche incertezze" e "smarrirsi in una deriva | che accarezza i precipizi". Culmina, infine, in "L'abbraccio", ultima lirica a sciogliere "inquietudini silenti", "stendere sorrisi", "redimere il buio" e "aprire orizzonti diversi".

L'approdo della luce, concludendo, finalizza tutti i parametri strutturali del tormentato cammino della silloge e spalanca le porte all'anima per dare senso e valore alla vita. Ma quel che giova massimamente osservare è la singolare intensità del linguaggio, (che Giuliano Manacorda ha definito "implacabile e asciutto nella parola"), nella trasfigurazione della summa dei sentimenti e che si ribalta nella polimetria stilistica, che non è cedimento al dilettantismo sperimentale, ma approfondimento di valenze ritmiche con i tagli frequenti degli enjambents, con I'interruzione di nessi anaforici e di travasi di immagini.

Finale d'avventura conferma il continuum di ragioni ispirative del mondo poetico di Giudice ed il suo "modus poetandi" con coerenza di dettato e di stile.

Recensione
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