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Scrittore poliedrico, Emanuele Giudice, saggista, poeta,
narratore, sempre proteso a rappresentare il suo mondo interiore, nell'anelito
di cercare Dio e di vivere ogni vicenda umana alla luce dei valori che la fede
alimenta. Quest'opera recente, Finale d'avventura, (2006), pubblicata dalla
Bastogi di Foggia, non poteva essere diversa: l'asse portante su cui si sviluppa
in varie forme la rappresentazione è il travaglio sofferto nel profondo
dell'animo in attesa che Dio lo illumini con la sua luce. E' questo il dono
della grazia che aiuta a sentire la morte come passaggio naturale ("è tragitto
la morte |...|| cammino lento che s'avvoltola nell'attimo", p. 19) ad una nuova
esistenza sconosciuta all'uomo e placamento dei dubbi, delle ansie, degli
affanni che l'attesa implica: E il silenzio m'appaga già signore assoluto
del!' eterno |...1 Ti sento ora senza filtri di carne e diframmi di lacrime e
di brume Sei vagito che annunzia l'altra nascita, |...1 Perché tutto ora si
fa nuovo e diverso, |...|| mentre muore il passato" (p. 44). Senza attesa, per il
credente, la vita non avrebbe senso. Infatti, questa "sorta di poemetto lirico
dal gusto moderno", come ben definisce l'opera Vittoriano Esposito, che ne ha
scritto una lucida prefazione, è dedicata in modo significativo "A quelli che
attendono e sognano l'avvento", la nuova rinascita di Dio.
Da una parte si ha la rappresentazione incisiva,
assillante, del mondo interiore del poeta, soprattutto nella consapevolezza del
"finale" dell'avventura terrena, dall'altra il placamento nell'attesa di quello
che "sarà il volo felice... sul limite del tempo". Da una parte il punto
centrale è costituito dallo smarrimento, dal dubbio e dall'assillo di cercare la
luce di Dio, "affranto | ti chiedevo | Signore dove sei? ||...|| Ti
sottraevi al mio assillo | al mio penare | negavi |
il tuo flebile bisbiglio | e il dubbio mi attraversava | mi abitava insolente
||...|| a gridare il perché | del mio scoprirmi solo, | del mio smarrirmi e
perdermi" (p. 27). Dall'altra parte è posto al centro della rappresentazione
l'appagamento nella vastità reale della conquista dell'amore di Dio, "Lo sento
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quest'improvviso mio cadere | nelle tue braccia | ... | quest'abbandono a te
|...| ed essere partecipe di un dono" (p. 47). Al credente il poeta suggerisce
un'immagine finale che apre il cuore ad una sensibile universalità dell'amore,
"Ora | il mio fiume scorre ||...|| avido alla foce | dove il mare | offre
monodie di risacche | pronte ad accoglierlo | a fondere | in un empito d'amore |
le sue acque nel Tutto" (p. 50). Non è certo facile conciliare nel tono questi
due sentimenti che Giudice ha felicemente espressi.
Belle, in fine, le immagini che affiorano dalla
spontanea fantasia del poeta. Ad esempio quella sul tempo, "Questo lento non
essere | questo disfarsi incontenibile | d'attese ||...|| La stessa morte | è
tempo che s'azzera | a sé si nega | liquida, sfuggente" (pp. 17-18); quella delle
ore, "Poi í silenzi | come falene innamorate | t'accerchiano ||...|| assediano
la luce" (p. 23) e poco appresso "E cascate di nuvole | giocano ancora coi
mattini, ||...|| ignare di domande, mentre vestono | l'azzurro di sapori"
(p. 24).
Una confessione: utile, perché dal contrasto si capisce
meglio. Quando ho letto il titolo Finale d'avventura istintivamente ho pensato a
Finale di partita di Samuel Beckett, ma subito ho anche avvertito l'abissale
distanza che corre tra il drammaturgo dell'assurdo e Giudice: nel primo la
misura del nulla, dell'incomunicabilità, nel secondo la ricerca affan nosa e la
conquista della luce. Nel primo i personaggi sono fantasmi umani che non sanno
nemmeno se esistono e perché esistono, senza alcuna cognizione del tempo, legati
da un'indecifrabilità assoluta, immersi simbolicamente in bidoni di spazzatura,
senza finalità alcuna e senza senso. (Clov. Non c'è più natura... Ti lascio, ho
da fare. Humm. A far che, vorrei proprio saperlo. Clov. A guardare il muro") Nel
secondo la vita si manifesta nel più nobile dei valori, nella coscienza del
mondo interiore e nella meta più alta per un crdente, la luce di Dio.
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Recensione |
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Finale d’avventura. L’audacia del dire, del narrarsi
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poesia
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| Autori |
| • | Emanuele Giudice |
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Edizione:
Bastogi Editrice Italiana
Foggia 2006 |
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| Prefazione di Vittoriano Esposito - pp. 52 |
| prezzo: € 6,00 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Sintesi nr.2/2007
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