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Due sono i dati che la mia mente ha registrato immediatamente leggendo le 49 brevi poesie di Roberto Mosi raccolte nel volumetto intitolato Florentia . Il primo è che l’autore individua, senza equivoci, nominandolo anzi espressamente, quel punto dello spazio trasformato in luogo (sto parafrasando Goethe) da un amore candidamente confessato: Firenze, appunto. Il secondo – apparentemente statistico – è la considerazione  che in questo volume predomina, con pacata ossessione, la parola piazza. Questo termine ricorre, testualmente, una decina di volte . In altre occasioni fa capolino, in modo virtuale, dalle modalità dei movimenti delle persone osservate o nella posizione degli oggetti: quelle muovono verso un centro; questi  qui vi sostano. C’ è un rapporto tra questi due aspetti? Convinto come sono che la qualità dei segni  rispecchi la direzione del nostro spirito inquieto, sono tentato a dire che la stessa esigenza che spinge Mosi a parlarci, con tenera partecipazione, della sua città, lo indirizza anche a cercare, tra i milioni di parole a nostra disposizione, quella (piazza o centro) che meglio esprime direzione e senso della sua ricerca.

Anche la struttura formale dei versi mi pare convalidi questa supposizione. Le composizioni di Mosi sono centripete. La molteplicità degli enti che ne costituiscono la trama  – enti descritti per tratti brevi e piani (mai elusivi o allusivi) – convergono in un punto; sono attratti, come le pagliuzze di limatura di ferro, da una linea di forza magnetica che è la ricerca del senso dei luoghi.

Ciascuna parola non esplode mai, non si allontana mai per cercare un altro da sé ma si raccoglie nitidamente in una visione rigorosa e quasi geometrica. Non parlerei, quindi, di una poesia paesaggistica, definizione che presuppone, credo, una certa idolatria della natura assunta come qualcosa che ha un valore non dipendente dagli uomini. Ancora una volta dobbiamo non trascurare o tradire quanto è scritto. Firenze, piazze : parole pesanti, cariche di molteplici  implicazioni alle quali, del resto, qualche composizione fa riferimento esplicito (si vedano le poesie La strade di San Salvi, Il rifugio di Fonte Santa, Le colline di un altro mondo).. La seconda: punto di intersezione di una umanità distante e che vuole aggregarsi in un vivere comune, condiviso; la prima: un topos della civiltà del tempo passato e, dunque, di ogni tempo futuro. Tutto mi fa pensare che Mosi voglia, con chiara determinazione, ritagliare, in una delle categoria mentali necessarie al nostro stesso esistere biologico (lo spazio), un ambito di senso umano. I luoghi descritti (il termine non mi piace ma, almeno, fa intendere il mio pensiero) diventano un angolo di noi stessi, nella storia, grande o minuta che sia. Mappe e carte topografiche ci orientano così in una memoria condivisa.

Recensione
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