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A chi legga Geminario di Paolo Ottaviani (la sua seconda, elegantissima raccolta di poesie dopo Funambolo) si apre una scia duplice di ricordi. Da una parte quello di una lingua, e di una cultura, che il lettore ha nella memoria: la poesia delle Origini, i ritmi metrici quasi jacoponici, la lingua ancora non toccata dalla rivoluzione dantesca e soprattutto petrarchesca; dall’altra una limpidezza intatta che, sempre il nostro lettore, avrà trovato nella «depurazione» trecentesca, dopo il vaglio linguistico e stilistico dei "Rerum vulgarium" e quello, ancora più forte, di un classicismo perfetto passato nei setacci dei poeti fino almeno al Settecento.

Sarà bene spiegarsi. I testi di Ottaviani (quartine di senari a rima alternata) sono presentati in una duplice veste, da cui il titolo suggestivo: quella «originale» o sarebbe meglio dire d’origine, in una lingua che l’autore definisce idioma umbro-sabino, e una versione in italiano letterario. Il risultato è appunto un poemetto «doppio», perché il lettore potrebbe anche procedere da questo a quello, piuttosto che dall’antico al moderno, e vedere come una lingua solitamente non frequentata dai poeti – si esiterebbe a definirla dialetto – sia capace di sonorità delicate e timbri inconsueti; e, al tempo stesso, come la sua traduzione sia a sua volta capace di conservare le suggestioni di quel verso lontano, accostandolo di nuovo al nostro occhio o al nostro orecchio. Come ad esempio in "Gemino primo" ("In memoria del padre e della madre"): «Piagnìanu ’n bianche | piste de renella | su ’mparcite panche| de nicchia o cappella, || ru friscu de nòa | erbetta e de luna, | benanche que piòa | orbata fortuna || aprile era dorce | de celli e sperella, | a buju re torce | e ra marturella» (Piangevano in silenzio lungo bianche | stradine, impervi, renosi sentieri, | dentro nicchiette, su tarlate panche, || la pungente frescura della luna, | dell’erba rugiadosa, benché triste | cada la pioggia e malvagia fortuna, || dolce stagione era d’aprile, bella | di passeri nel tiepido sole, | fiaccole a notte poi la marturella). Dove, come si vede, nella traslitterazione il verso diviene endecasillabo e le strofe terzine a rima ABA: perché siamo in un àmbito di poesia letteraria, che ha fatto i conti con un Pascoli purificato da Petrarca e dalla lingua della lirica non decadente, non compiaciuta, non esibita nel suo sfoggio anche simbolico.

Ottaviani si muove entro una poesia colta, ricca di allusioni e di citazioni; e anche di memorie non solo antiche. Anzi, l’idioma si piega a significati pieni e occasioni vive, e vi si modella senza sforzo apparente. Il "Gemino tredicesimo", con ricordi (segnalati dallo stesso autore) dello Zanzotto del Galateo in bosco (e Zanzotto sarà la cifra stilistica più introversa ma chiara per leggere questa poesia), è dedicato al 1978, anno crudele: il rapimento di Aldo Moro il 16 marzo e poi il suo omicidio, la canèa allo sbando in un’Italia senza decenza: «Canaja assassina | sedeci de marzo | giometrica mina | pe’ iju tristu sfarzo || de sangue e de piombo | Italia clinata | jò pe’ ru strapiombo | a strasiu inchioata || sotto spessa fanga, | marciume de Statu | feticciu de ganga | firmisia in conatu» (Ciurma omicida nel sole di Roma, | inverno e primavera nel mattino | del sedici di marzo, quell’assioma || tanto terribile improvviso esplode | con geometrica infausta esattezza | di piombo e sangue nell’abietta frode). La lingua dell’oggi che ricrea quella antica, le frasi orribilmente fatte («la geometrica esattezza» fu espressione che ebbe indecente corso all’epoca, da parte di gente ora perfettamente riabilitata), si allungano nel verso breve e quasi popolare, e vi si installano come un colore, un reperto di un passato prossimo che sembra remoto.

Quindi l’operazione lirica di Ottaviani guarda lontano, pur stabilmente ancorata al presente. Certe strofe hanno un sospiro quasi leopardiano, pur nella lingua apparentemente morta e invece viva e reinventata: «Atre là suò l’erbe, | atri là ri fiumi, | comma nuostre acerbe | parole a ri lumi || ’rmanimu intuntiti | da tuttu iju chiaru | de j’astri infiniti | e sanza reparu» (Altri fiori laggiù, diversi fiumi, | alberi nuovi gemmano, e le fresche | nostre parole, nel fulgor dei lumi, || si perdono tremanti nella notte: | corpi senza riparo naufraghiamo | dentro quel vuoto blu che tutto inghiotte), "Gemino decimo". I ritmi – così potremmo anche chiamarli, sulla scorta del ricordo delle Origini della nostra letteratura – si snodano senza fretta, e ammettono ricordi e visioni di vita e di pena. Nel "Gemino quinto" la figura che si isola nel testo è di un vecchio, che inizia una narrazione di viaggi lontani sulla via del migrante e non finirà il suo racconto, visitato nella notte dal suo destino: «Vij comm’è pura | e acchittata morte | si sanza paura | je rapre re porte || e mansu ragiona | de nuvole e campi |indichenno ra zona | do’ faraju ri lampi:|| re nuci de sera | cariji de luce | e vòta suppiera | que a buju cunduce || ri sugni d’oceànu | amore e laùri | traviati pirdìanu | lascenno iji muri || sclarati de luna | do’ vientu s’appusa | e soni redduna | festosi de spusa» (Guarda la morte pura ed elegante | che si accompagna a chi senza paura | le apre le porte come ad una amante || e tranquillo continua a ragionare | di nuvole e di terre e intanto addita | dove nel cielo sta per lampeggiare).

Quella di Ottaviani è quindi una operazione duplice, come il nostro ricordo mentre leggiamo. Ma anche perché sintetizza nei versi, e visibilmente, una riflessione storica sulla nostra lingua e sulla nostra lirica, in un ripiegamento metapoetico. Due lingue, insomma, che si sciolgono distinte ma complementari, mentre il linguaggio più arcaico offre, giustamente, il supporto prezioso alla lingua nuova, più distesa e che non teme di essere classicamente rimata, gemella di quella «petrosa», irta e quasi jacoponica.

Recensione
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