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Per i tipi della Società Storica Catanese, nella collana “Poker-poesia” diretta dal dinamico Filippo Giordano, è apparso da poco un elegante volume che comprende le raccolte di quattro poeti: Uguali dimensioni di Anna Maria Bonfiglio di Palermo, Respiri di Franco Di Stefano di Catania, I fili si allungano verso i balconi di Filippo Giordano di Mistretta, Echi di vita di Pietro Nigro di Avola.

Nessuno dei quattro poeti è nuovo alla poesia; mentre la Bonfiglio e Giordano sono autori ciascuno di due volumi, Di Stefano e Nigro hanno pubblicato su antologie e riviste. Le poesie di questo libro, pur diverse negli esiti formali e nei temi, hanno in comune serietà di impegno, sincerità di dettato, un legame amoroso, più o meno pronunciato con la terra di origine.

Se la Bonfiglio dimostra una buona presa sul reale, di fronte al quale si dimostra agguerrita, empito lirico, toni coloristici e canta la sua terra con fiera dignità (“…Ma io non voglio | voce di pianto | per cantare la mia terra | voglio stracciare | le bende nere del silenzio | che le coprono il cuore || voglio sfiorare | con dita di cristallo | i tasti della sua allegria | e farmi naufraga | per ascoltare sperduta | il canto delle sue sirene…”), Di Stefano, sia nei componimenti lunghi, sia in quelli brevi si dimostra essenzialmente un poeta d’amore. Il suo fare poetico ha buona grazia e vibrante abbandono. La memoria di una donna amata è la spinta principale della sua poesia densa e suggestiva. (“…Io rinasco dalle macerie dei vinti | la sua voce mi costruisce piedistalli | e mi vesto d’impeti | tra i flutti dei suoi occhi | Fui gabbiano pescatore | quando il sole rifrange | la genesi delle alghe | e mi vestii di vento | per sfiorare la sua pelle…”).

Filippo Giordano mostra molta asciuttezza, sa calibrare il suo verso e le sue poesie esibiscono disagio esistenziale, amarezza per la propria terra negletta, ansia di rinnovamento. (“Bisogna liberarci | dalle storture di sangue | affinché l’uomo non viva | pessimi libri di storia”). Giordano ha una carica emotiva ben controllata”, accoppia un sano impegno civile; il suo ribellismo non è di maniera e il suo anelito è esoterico. (“Ancora gambe di bambini tremano | sotto il peso del lavoro | e il lavoro continua a restare debitore | nei confronti di molti uomini | e molta gente continua a riempire | treni di valige e di speranze | e troppe madri piangono figli lontani | cupidamente falciati dal capitale mentre | uomini vecchi montano questo nuovo anno”).

Pietro Nigro, dei quattro poeti inclusi è quello che fa spaziare maggiormente la sua visione poetica. È legato come gli altri alla terra d’origine, tuttavia il suo obiettivo si posa su luoghi o eventi che non sono di Sicilia. Anche in lui c’è disagio, rimpianto, desiderio di pulizia e riscatto ma il tutto è mantenuto in limiti molto dignitosi e controllati ed anche la sua poesia non manca di suggestioni. (“Non cerco la pioggia | per ammirare arcobaleni; | non cerco bellezze che paghino il loro tributo di pianto. | Amo la fissità | di cieli limpidi | che non conoscono nuvole | di tempesta | su una terra di pace”).

I quattro poeti hanno in comune una caparbia volontà di documentare la vita proprio quando essa diventa difficile, amara, insopportabile perché non esiste più una morale, perché i valori fondamentali sono calpestati da chi cova lerci interessi. In questo senso ci sembra che ognuno di questi poeti – pur ovviamente in misura e modi diversi – si faccia portavoce di un “genere umano offeso e perseguitato”. C’è in tutti il tentativo di ricorso a una “quid” sovra personali che liberi da sterili . Tentativi più o meno riusciti ma sempre frutto di una ricerca poetica seria, sorretta soprattutto dal desiderio di considerare l’uomo come progetto, pensiero, azione e non come semplice oggetto che interessi la statistica o il profitto. Un libro assai dignitoso che ha il merito di farci conoscere quattro voci interessanti, quattro poeti che, lavorando con umiltà e passione , pervengono a risultati apprezzabili e promettenti.

Recensione
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