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Nella collana “Poker di poesia”, curata da Filippo Giordano,
quattro autori siciliani raccolgono ciascuno una propria silloge e formano
un’antologia originale, felice nelle espressioni, ricca di stimoli e di
fermenti.
Con “Uguali dimensioni”, Anna Maria Bonfiglio ci cala nella sua
terra e ne estrae i più saporosi frutti, gli incanti, anche le amarezze. Una
sorta di trattenuto sentimentalismo avvolge questi suoi versi, aperti in mille
rigagnoli che esplorano, oltre alle vicende quotidiane, i labirinti dell’anima.
Dolcezza estrema, sensibilità sempre in tensione, vibrante, emotività e passione
guidano infatti i temi poetici di questa autrice dallo stile autoctono,
sostenuto da un ritmo calibrato e preciso. Passato e presente, speranze e
disincanti: la vita, insomma, nelle sue pieghe incessanti, simili eppure ogni
volta come nuove. Poetessa di slanci, di tremori, di ansie, Anna Maria Bonfiglio
apre questa raccolta con “La mia terra”, una poesia segnata dalla consapevolezza
del proprio tempo e della propria condizione, dove la speranza si erge nel
tentativo di trasformare la pena in zolle di verginità: “No, non ditemi | che la
mia terra | ha solo amari bocconi, | voglio dimenticare | le consuete parole | e
inventarne di nuove, | voglio le argentate lame | della luna per cavare il male
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dal suo cuore a tre punte”.
Più epicheggiante, più ampio come arco ispiratore, versi più
compatti e coriacei distinguono invece la poesia di Franco Di Stefano, nella
silloge Respiri. Poeta dal denso afflato lirico, anche Di Stefano allarga le sue
note lungo i filari del sentimento, più disinvolto o meno disinibito o forse,
più semplicemente, innamorato delle cose, della vita, dell’amore, dei respiri
che ne sgorgano fluenti e incessanti. Ora lunghi, ora brevi, i suoi componimenti
hanno immagini di rara efficacia e bellezza, talvolta richiamando alla memoria
certe liriche d’un Lorca e talaltra lasciando trapelare sillabe quasimodiane
ripercorse con labbra nuove. Ritratti di donne, paesaggi, tocchi leggeri ed
evocatori, come ad esempio in “Vacanza” (“Ho strappato al giorno | l’etichetta
programmata | La sua pelle ignora asperità | come alveo di torrente | sfiora la
mano l’avventura | per un breve idillio | sul lago | nuda la sua prima voglia”.
Filippo Giordano, con I fili si allungano verso i balconi,
ripropone quella sua tematica che lo rende inconfondibile cantore della propria
terra e della gente che la abita. Senza tralasciare, comunque, la forte
coscienza di una realtà che ha radici nel continente, dove la civiltà dovrebbe
trovarsi nell’apice del suo splendore e del suo progresso. La denuncia di
Giordano è sempre implacabile e incisiva, matura, e il verso su cui poggia è
sicuro, aspri e dolce insieme. Ricchezza connotativi, la sua, che è si ricchezza
ricettiva, ma anche e soprattutto sensibilità affilata alla mola della
quotidiana vicenda umana. Ne siano esempio i versi di Ancora”: “Ancora gambe di
bambini tremano | sotto il peso del lavoro | e il lavoro continua a restare
debitore | nei confronti di molti uomini | e molta gente continua a riempire |
treni di valigie e di speranze | e troppe madri piangono figli lontani |
cupidamente falciati dal capitale mentre | uomini vecchi montano questo nuovo
anno”.
Con “Echi di vita”, Pietro Nigro prosegue in un certo senso la
denuncia di Giordano, mostrandosi attento e perspicace accusatore di una
condizione sociale che fa dell’uomo uno strumento di profitto e di morte. E
anche quando il suo orizzonte prospettico si dilata, in una carezza tenera e
serena com’è la carezza di ogni coscienza conquistata nel dolore, sempre il
verso risponde con una passionalità struggente, che lacera ogni velo d’ipocrisia
e traccia un amorevole incanto là dove la tragedia è passata con “tutto il suo
peso”. Poeta versatile e vibratile, il cui impegno assolve pienamente, Nigro fa
uso delle parole e dei versi come di una lama che incide, che vuole incidere
nelle coscienze una autentica ragione di vita, un perché, un senso vivo e
umano. Ci sia consentito, in proposto, riportare per intero questi suoi versi,
che ne riassumono per vari aspetti tutta la problematica: “Tendono braccia i
cieli | d’azzurro e di sole | su una terra che piange | sangue innocente, | cola
il sudore di un lavoro | che sempre più apre le tue piaghe | e marcisci di
cancrena | per una indifferenza che remunera | con prospettive di morti |
sconsacrate”.
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Recensione |
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I fili si allungano verso i balconi
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poesia
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| Autori |
| • | Filippo Giordano |
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Edizione:
Edizioni Società Storica Catanese
Catania 1981 |
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| Coautori: Anna Maria Bonfiglio, Franco Di Stefano e Pietro Nigro - pp. 57-68 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Logos nr.10/1983
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