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E sempre con curiosità che si leggono le prove
artistiche di intellettuali e critici della statura di Luciano Nanni (la cui
pluralità di interessi, la sterminata bibliografia scientifica, la poliedricità
degli interventi rendono inadeguata ed irrisoria la sintesi di qualsiasi quarta
di copertina): come ad attenderli al varco dell'affabulazione, a provare se chi
è stato tanto penetrante nel giudizio dell'altrui invenzione possa in qualche
modo fondare i propri giudizi critici dimostrandosi all'altezza anche sull'altro
lato della barricata letteraria.
La silloge dei racconti
Il colore dei morti si
presenta in un rigoroso (ed inusuale) ordine di composizione, raccogliendo la
produzione compresa tra i primi del 1999 ed il settembre del 2004: primo volume
di un'erigenda collana, che andrà a ripresentare la narrativa breve di un
intellettuale che, come apprendiamo, fin dal 1955 (dunque dall'alba dei 18 anni)
si è impegnato in un duplice, fecondo percorso. La produzione più matura è
accomunata da una certa "aria del tempo", o forse "dell'età": si tratta quasi
sempre di schegge narrative nelle quali un io non ben definito, spesso un
intellettuale stanco di libri ed ormai disilluso sul dovere della pubblicazione,
afflitto per di più dalle ansie nonché dagli acciacchi che attendono chiunque al
varco della quarta età, si trova impegnato in un percorso (e si intenda il
termine nel senso non solo metaforico) più o meno nostalgico: di rivisitazione o
esplorazione di luoghi desolati, desertificati ma pure misteriosamente ed ancora
abitati, forse sarebbe meglio dire pervasi, da forme fantasmatiche di vita, da strane sopravvivenze. E' fin troppo facile interpretare le numerose porte, i
varchi, i passaggi, quali una metafora dell'avello: sul limitare, dunque,
avviene che si rifacciano "vivi" amici morti o quasi, o persone che dovrebbero
esserlo, morte, e forse lo sono davvero; ci si inoltra, in una sorta di desolata
geografia del cuore, constatando con amarezza che i luoghi (paesini e case e
stabilimenti marittimi) anch'essi "muoiono". Coerentemente, non sono posti in
cui ci si possa andare sfruttando le locomozioni parossistiche della modernità:
ma ci si va a piedi, magari in più tappe per via di una zoppia, o in bici, o
(come dicono gli anziani) "prendendo i mezzi".
L'attenzione al quotidiano, ai
gesti minuti, è compensata (e sfasata) da uno sguardo lievemente alterato, di un
io che si trova sempre ad una sorta di bivio (ancora) vitale (o mortale).
L'indagine muove da passati personali o collettivi, da motivazioni che restano
tutto sommato misteriose, o spesso da sogni inquietanti. Se si tratta di
un'ossessiva approssimazione alla morte, il personaggio non dismette tuttavia
(al di qua di qualsiasi consolazione religiosa) un'adesione verrebbe da dire
pagana alla vita, ed alla sua bellezza, ipostatizzate in figure femminili che,
ancorché non più acerbe né canonicamente glamour, strappano un ultimo sorriso di
desiderio all'eterno viaggiatore nel tempo.
Altro simbolo forte e ricorrente di
vitalità panica è quello dei fiori, e del loro aroma inebriante: non a caso la
donna ed il profumo si fondono, nell'ultimo racconto, a dire l'estasi sublime
dell'amore e per tale via, forse, la realizzazione piena del percorso vitale
dell'uomo qualunque, del ciascuno di noi.
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Recensione |
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Il colore dei morti
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narrativa
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| Autori |
| • | Luciano Nanni |
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Edizione:
Panda Edizioni
Padova 2006 |
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| Racconti 1999-2004. pp. 200 |
| prezzo: € 7,00 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Il Filorosso nr.41/2006
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