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E magari avessero tutti i poeti uno come Rossi che scrive un libro intero, un vero saggio, per ricordare, riflettere sulla loro poesia, quale felicità, forse anche una impercettibile impancaturà. Pasquale Maffeo l'ha trovato eppure non è tipo da darsi arie. Non lo fa in forma poetica — toni lirici umbratili chiaroscuri — figurarsi nella persona.

Un libro, questo di Rossi anche affettuoso che, al di là dell'apporto estetico, spinge a rileggere per verificare. Intanto vengono evidenziati i meriti, le caratteristiche di Maffeo: «(. . .) mai egli è stato tentato dallo sperimentalismo linguistico, mai si è immischiato in gruppi di sedicenti avanguardie (...) si è tenuto, in una linea di tradizione novecentesca, appartato ma non isolato. . .». Rossi giunge a queste conclusioni dopo cento pagine nelle quali ha seguito con amore e competenza l'itinerario del poeta: «il vincolo mediterraneo, (...) la matrice di istanze religiose, (...) l'umanis nazione del paesaggio vagamente meridionale, la sacralizzazione della natura», e mettiamoci l'attento controllo di lessico e di linguaggio da «Straniero alla finestra» attraverso «Fabulario» fino a «Il cercatore luminoso (poesie '89/'92), non senza dar conto, Rossi, anche delle idee degli altri che saggiarono la poesia di Maffeo.

A questo punto inevitabile una nostra settoriale incursione. È nel «Quaderno di Yorick», la prima silloge di Fabulario, che Maffeo, già legato al suo registro lirico, innesta una favola decifrabile, dal tono vagamente epico, che conferisce tensione particolare e interesse al compatto manipolo di brevi poesie. Ed è un momento di grazia e di verità. Chi sia Yorick lo spiega, o tenta, Vincenzo Rossi ma non è necessario ricorrere alle frequentazioni anglosassoni dell'autore; c'è una spia proposta dallo stesso che, nell'avvertenza preliminare, fa saper di aver pubblicato alcuni testi di questo quaderno: ebbene se li ricongiungiamo, al di là delle metafore che fanno spesso celeste il dettato di Maffeo, già i sei frammenti, II, III, VIII, XI, XIII, XIV narrano una bella storia d'amore, un diario o un flusso di memoria, non importa, con dentro gli echi della grande poesia amorosa; né vale che questa verità sia rivestita, o dissimulata, di flatus lirico, la si avverte come gli endecasillabi che il poeta dapprima rattiene, ma non sciupa: «Pensami come uccello che balena alle tue rive | l'alato che rincorre il perso grido | sui fiori del tuo seno. Pensami | con me sarai nell'aria con me nelle parole» (III ), per liberarli poi: «Come fu breve il flutto che ci corse | lo stupore dell'ombra che ci seppe | petalo e guancia a sonno di marine || Dilettose rovine dentro il sangue | la tua giovane carne la mia sete || Tutto fu breve, il miele e la viola. | Ne porto nostalgia che mi devasta» (XI) con un riferimento ai luoghi ripetuto canonicamente nel «fiume» (VII, X, XIII). E non basta perché, già indicativo il titolo, la terza silloge, «Nel delta», contiene il nome del fiume, il Nilo. Ne «Il cercatore luminoso» Si torna, con linguaggio più conciso, ai temi di «Straniero alla finestra», è di nuovo la calma e, con essa, la serena distanza dello spirito. Ma sono quasi spariti gli endecasillabi. Schiva come lui persona, e riservata, la poesia di Maffeo è dolce e discreta, eppure insinuante: ronzio di un'invisibile ape che s'affanna e picchia sull'invetriata di una serra nel silenzio di un pomeriggio estivo.

Recensione
Il mondo lirico di Maffeo
saggistica 
Autori
Vincenzo Rossi
Edizione:
Il Ponte Italo-americano
New York 1995

pp. 116

Recensione a cura di
Pubblicata su:
Hyria nr.3/1996
 

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