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Quelle storie al femminile strappate alle bombe. Elisa Sala Borin e la beatitudine dell'infanzia

La grande sfida che la neuroscienza ha intrapreso negli ultimi brandelli del millennio appena concluso è lo studio delle relazioni tra memoria e coscienza. La memoria è quello stratagemma della mente che permette all'individuo di riconoscersi; è questo e molto altro di più, subdolamente abile a camuffarsi in memoria automatica, memoria indotta, memoria artificiale. Quanto di quello che noi riteniamo ci appartenga, pertiene, invece, ad una raffinata elaborazione di dati che non sono frutto di esperienza personale ma che abbiamo inglobato nella nostra storia personale, coscientemente o non. Questo può essere un problema per chi affronta l'argomento da un punto di vista scientifico, ma per chi si misura con un testo narrativo di tipo memorialistico, scoprire se il narratore ricorda veramente o crede di ricordare, non ha alcun valore.

Una piccola premessa necessaria per mettere a fuoco il significato e la credibilità di uno scritto del "come eravamo", un filone che ha molta presa nell'editoria attuale. Elisa Borin, trevigiana, nella piccola prefazione al suo libro di ricordi Il muro dietro la piazza, non cede alla tentazione di scrivere la storia (anche se essa è fatta di piccole storie), dichiara di voler solo trasmettere un pezzetto della sua memoria per salvare dall'oblio ciò che è appartenuto a molti.

Lo sfondo, anzi, potremmo affermare, la protagonista, è la città di Treviso negli anni della seconda guerra mondiale: luoghi, atmosfere, edifici, colori scomparsi dalla nuova mappa della città che è andata configurandosi dopo lo scempia del bombardamento. Ma non solo, piccole abitudini, sapori, odori, oggetti che appartenevano ad uno ieri così vicino eppure già trascolorato. L'aspetto autobiografico di questa breve raccolta di foto d'antan rende la lettura leggera, innocente, cancellando in parte la carica drammatica di quegli anni durissimi. È ancora con gli stessi occhi ingenui che l'autrice guarda alla sua memoria, quasi avesse congelato le visioni dell'infanzia in uno stato beato, seppure realistico. Mamma, zie, amiche, vicine di casa, il genere dei ricordi di Elisa Sala è marcatamente declinato al femminile, così come l'interpretazione degli eventi storici che determinano la vita dei personaggi. Forse è andata veramente come ha voluto raccontare Elisa Sala, o forse no, che importa? Ciò che vale è il piacere di ritrovarsi in una memoria, per salvarsi dall'oblio di un oggi che ci fagocita.

Recensione
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