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Il primo incontro con le liriche di Giovanni Tavčar, mi suscita il ricordo di un manifesto che vidi affisso, anni fa, al muro di una chiesa evangelica: rappresentava il Cristo mentre bussav al palazzo dell'Onu. Questa immagine mi riconduce al versetto biblico: "Ecco, io sto alla porta e busso: se uno ode la mia voce e mi apre, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me" (Apocal. 5:20). 'Udiamo un Dio a tu per tu con l'uomo, un Dio che picchia alla porta del cuore con tocco lieve per non forzarne la libertà. "Solo se qualcuno vuole..." ci dice Tavčar. Mi pare che sia proprio la consacrazione individuale ma spontanea a costituire il nocciolo della stupenda e innovativa raccolta Il profumo dell'infinito. Alle soglie del terzo millennio si è portati comunemente a pensare ad avvenimenti cosmici, a catastrofi universali, alla proiezione dell'uomo fuori del tempo e dello spazio. Invece l'autore si preoccupa che l'Interiore emerga, che si stabilisca un contatto diretto col Cielo, che il Creatore ritrovi il suo primo Adamo, il figlio uscito dalle sue stesse mani, eccelse in amore e potenza.

Alla ricerca dell'essenziale, il nostro poeta deve necessariamente scrutare le sfumature della vita, nel bene e nel male, e sembra che nulla sfugga al suo sguardo acuto e indagatore. E così il silenzio che conduce alla presenza di Dio prevale sulle voci brulicanti della quote tidianità "slambricciata". Ma l'anima che afferra le ali degli angeli, non vuole vivere sospesa tra le nuvole, vuole sale vece aprirsi al prossimo ed offrirgli la conquista della vera ricchezza.

Ed ecco che Tavčar dà il via ad un'escalation d'appelli pressanti, quasi urlati eppur tanto sofferti, per far sì che il mondo diventi migliore.

Si svuotino i monasteri di pietra ed i suoi sterili abitanti indossino il saio del buonesempio il saio di quel poco che basta, il saio dell'umile Francesco, fratello in G:esù. La lieta novella venga riannunciata perché il suo oblio ha generato Natali nell'opulenza, Natali nella guerra fratricida, Natali la cui stella cometa, magica e incantata, è divenuta solo un addobbo luccicante, privo di significato, sull'abete pagano.

Si corra il rischio di credere, affinché non muoia la Speranza e si viva il proprio credo nella pratica del seguitar il Signore, anche se vendere tutto e darlo ai poveri è davvero difficile, più che credere.

A questa parte che ha il suono di monito al risveglio, segue una parte in cui l'autore pare abbandonarsi ai risultati che vengono dall'aver scelto di spogliarsi di se stessi, dei propri calcoli e furbizia. Allora si può veder lievitare il cielo, lasciarsi pervadere dal suo profumo; vedere nei fiori i pensieri degli angeli; lodare e cantare il Signore, Alfa e Omega di tutto; permettere allo Spirito Santo di effondersi sull'umanità e liberarla dalla schiavitù dei Male; essere pronti a partire per i campi degli eserciti celesti; cercare Maria, ch'è come dire cercare l'armonia, la carezza, il sogno, le parti dolci e tenere di noi e della Natura; inginocchio si a pregare abbandonandosi all'infinito di Dio; abbracciare la croce, abbracciare l'Amore... Belle e grandi cose ci narra questo poeta triestino, valori alti e sublimi che l'uomo del terzo millennio, stritolato dal progresso, pare avere rigettato...

Recensione
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