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A Mistretta
le creste dei monti | hanno manti di verde velluto…
Non è l’endecasillabo facile. Sono versi inconfondibili per chi questo autore lo
conosce; e non occorrerebbe scendere più a valle, dove ci sorprende il sangue
degli avi | che dal cieuso nero trasuda | quando tendi la mano al passato,
per capire che ci troviamo dentro la poesia di Filippo Giordano. Inconfondibile,
dicevo, per quel suo stile fatto di morfemi e fonemi dal significante elegiaco
usato a contrasto di un significato molto spesso duro, a volte amaro, traslato
da una quotidianità vecchia e nuova che si fa storia nel “particulare” di un
popolo di cui non si debbono ignorare spirito e tradizioni, voci e sentimento.
Non è l’endecasillabo facile dicevo. E come potrebbe esserlo se dentro la
materia che tratta vive un dolore antico? Che non è solo quello atavico, legato
inevitabilmente alle vicende siciliane.
Nella poesia di Filippo Giordano alita
da sempre un respiro filosofico, fatto di un pensiero che ha l’abitudine quasi
ad interrogare sé stesso e questa composizione per certi aspetti ossimorica di
storia non esiziale, caratterizza una materia letterale che, a mio avviso, fa di
questo autore, un singolare esempio di pensatore, direi, raro nel nostro tempo.
Cosicché egli se, da un lato, chiuso nel suo eremo amastratino, ci riconduce
alle arcaiche emozioni che furono dei Lirici Greci, dall’altro, col cannocchiale
dell’uomo moderno, osserva le vicende attuali e, con occhio attento, non
tralascia di stigmatizzare il giudizio alla fine benevolo nei confronti del suo
homo, dei suoi sforzi, delle sue fatiche ancestrali; quell’ansia di
conoscere, prima di divenire vento che s’invola. E’ questo strano
comprendere la Bontà che, in Filippo Giordano, si contrappone al “male di
vivere” e apre un altro varco, diverso forse da quello montaliano de “La casa
dei doganieri”, perché porta alla speranza, una speranza laica che nasce dalla
propensione a capire i comportamenti umani che ne accomunano il destino. Si
tratta di una solidarietà non di intenti, bensì di fatto, che supera ed umilia
la volgarità del Male. Ne “La foto”, poesia non a caso collocata in chiusura di
volume, si sintetizza tutto il percorso di questo lavoro, quasi un viaggio
intorno a noi e che ci riconduce all’origine. E qui che il poeta pronuncia il
suo NO deciso alla guerra e all’odio, alla volgarità del Male, appunto. In un
accostamento riuscitissimo di tempo e luoghi, oltre la metafora, con un discorso
scopertamente dichiarato, che trova nell’impareggiabile figura della madre,
donna mediterranea e Santa come tutte le Madri, il simbolo più alto, come la
Terra viva che l’ha
generata e che ora ne custodisce le spoglie. Ecco il perché del metonimico
titolo “il sale della terra” che mi appare altro da quel mortifero “dopo sarà
diverso, ma peggiore” di Don Fabrizio , in quell’alba di stagno, al commiato
dell’ormai celebre visita di Chevalley in Sicilia; anche se non sarà facile, con
la sola arma della bontà, smontare il sarcasmo dell’aporetico aforismo del
Principe su gattopardi, sciacalli e pecore… Qui, con Filippo Giordano, non
essendo eredi di gattopardi, né tanto meno sciacalli, ma neppure pecore, ci
piace pensare la sua, la nostra Terra, ora Terra di speranza, ora Terra di pace.
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Recensione |
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