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Eravamo abituati alla «grande storia», a quella col coturni, la retorica, le volute falsificazioni. Si voleva esaltare, abbellire, idealizzare, trascurando soprattutto la sofferenza dell'uomo. Poi questa corazza ideologica è stata squarciata:e si è cominciato a portare In superfice «l'altra storia», quella. dei poveri cristi, fatta di trepidazioni, di affetti familiari, di umiliazione; se vogliamo di paura.. In questa storia della pietà, l'uomo si è rivelato com'è: misterioso, abissale, contraddittorio, animato dalla nostalgia dl una felicità perduta.

Certamente esistono del pericoli nel far risaltare «l'altra storta». Anche qui ci sono i mestatori ideologici, le letture a senso unico, l'invettiva plateale, le forzature. Ma il trascorrere del tempo ha permesso un più sapienziale approccio, analisi profonde, verità più credibili. La narrativa è spesso il luogo privilegiato dell'altra storia, attraversata dal mite pazientare dell'uomo e dal tanti «piccoli» sentimenti per i quali una persona è tale. Il raccontare s'insinua introspettivo e forte, mettendo in rilievo le terrlbtll (ma anche delicatissime) storie dell'epopea dei vinti e degli ultimi.

Ultimi, ad esempio, furono tanti soldati della grande guerra, strappati improvvisamente alle loro case, al loro campi e al loro lavori artigianali. Erano uomini legati intensamente al loro piccolo mondo, alle loro comunità paesane. Al fronte, «in attesa del re», c'è stata una ribellione interiore alla guerra che si è manifestata con la follia. Questi «paria», scarsamente «arditi», furono per lo più internati in manicomi delle retrovie; altri patirono il carcere duro; altri ancora (le autorità militari erano convinte che la follia venisse simulata) furono condotti a morte davanti ai plotoni di esecuzione.

Antonio Chiades, nel suo suggestivo testo narrativo, In attesa del re, ha frugato con «totalità emozionale» in venticinque .storie di follia durante la grande guerra. del 1915-18, scoperchiando ampiamente la nuda menzogna della guerra e facendo risaltare quanto complesso, terrificante e anche splendido sia l'animo umano. L'impasto è tra narrativa e «Storta reale», nell'intento – come si legge nella prefazione – di interpretare "razionalmente" il delirio (o comunque la stordente solitudine della follia) e contemporaneamente di non prevaricare l'essenzialissima disponibilità di notizie, avvalendosi con equilibrio dello strumento delle scienze psicologiche. Ne sono risultate 25 microstorie fenomenologiche, quasi tutte di notevole interesse.

In attesa del re, dello scrittore trevigiano Antonio Chiades, è un libro dolente, segnato dalla coralità della sofferenza umana. La mappa è quella di una «comunione del santi», laica, In cui si evidenzia icastico l'inferno dell'esistenza del soldati «pazzi». Eppure, benchè l'impianto tenda a disegnare intenzionalmente un collettivo di terrore e di oscurità mentale, si nota quasi sempre un fondo autobiografico. Chiades si sente anche lui povero cristo, in senso cristiano; ma anche perché avverte chiaramente che è il dolore (non importa quale) a renderci tutti fratelli. Risalta nn lui un'ottica per così dire pessimista, meglio accorata. che dà al suo stile narrativo i toni di un mesto lirismo (più apparente che reale). In realtà, la lingua di Chiades è nervosa e incisiva, con improvvise ingenuità, inevitabili in un'opera prima. Limpidamente frammentaria, con calchi che indicano reminiscenze.

Questo testo narrativo ha importanza come documento storico e umano. Ora sappiamo, fin nelle pieghe, chi fossero i "folli", provenienti dal centri di prima raccolta disseminati tra Isonzo e Piave, nel quasi quattro anni di guerra. Il re è un dio lontano, che abita un palazzo dorato, lontano dalla desolante vita di trincea: «Ire stanno nei palazzi e i soldati in trincea. Se Luca fosse re, potrebbe comandare a se stesso, ordinarsi di tornare a casa». Non c'è traccia, nella vita dei poveri cristi, del Risorgimento dei padri della patria; nessuno, anzi, sa che cosa sia. L'esistenza dei fronti di guerra è sentita come prepotenza imposta., che è spesso poi la visione tout-court di Chiades. I «folli si ancorano spesso alla medaglia: «La medaglia è approdo, immagine ferma, roccia di dolcezza fra uniformi desolate. In ogni medaglia Francesco vedeva la Madonna: lei che non si deformava, Immutabile mentre si accatastavano gli uomini nelle caverne della Valsugana».

Il mondo vero dei venticinque folli. dt guerra è quello del non-espedit, del villaggi intorno al campanile, della sagra paesana aperta dallo stendardo patronale. Si tratta del macro-universo della famiglia, della fidanzata, della moglie, dei figli, del paese, delle opere quotidiane. La guerra ha troncato questa loro «miglior vita», in cui avevano trovato sicurezza sociale e in cui si sentivano persone. La pazzia è qui un rifiuto della guerra per rivendicare inconsapevolmente l'immagine religiosa che l'uomo manifesta nel volto o nasconde nel cuore. Chiades è narratore del volto di Dio in questi «uomini zig-zag» (l'espressione è sua); volto ottenebrato e sfigurato, ma dove la luce primigenia, pur nel delirio del fantasmi, c'è ancora, almeno come nostalgia.

L'impulso narrativo dello scrittore trevigiano raggiunge una sua pienezza, 1n certi scorci descrittivi veneti o padani, in certe svelte osservazioni introspettive, che sono forse gli strumenti migliori del suo «repertorio». Ma ciò che rende affascinante, anche letterariamente, il libro In attesa del re, è un mite sperirnentalismo, offerto dalle lettere dei soldati alla moglie, ai familtari, ai comandanti. Queste «scritture private» danno sangue al testo e si sommano, come contrappunto, allo stile di Chiades. La lingua dei soldati «analfabeti e folli», apparentemente cosa miserabile, è invece toccante e poetica; più poetica quanto più si allontana dall'italiano convenzionale C'è in queste lettere degli «uomini zig-zag» nn'anttca pietà, che ha radici anteriori all'uomo.

Recensione
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