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La vendetta dell'Austria e i «feriti dell'anima»

A maggio faranno settant'anni dalle «radiose giornate» in cui si decise l'intervento dell'Italia nella prima grande guerra, Contro gli Imperi centrali. Ovunque fosse un confine, su pianure e montagne, sul mare e, per la prima volta, dove uno spazio di cielo avesse qualche importanza strategica, divampò una guerra furibonda che presto contò le vittime a milioni. Armi nuove e spaventose, gas, bombarde, sommergibili, draken, reticolati, mitragliatrici, shrapnel, ordigni esplosivi e mine d'alta quota, fino al pugnale degli agguati notturni, fino alla mazza ferrata di feroce memoria medievale.

Tutto fu usato per massacrare, sfracellare, affondare, dilaniare, uccidere insomma nei modi più atroci milioni di soldati. Né le famiglie, i civili, le retrovie, rimasero indenni. A migliaia e migliaia, le donne, i bambini, gli anziani, furono internati, si sfibrarono nelle colonne dei profughi, si sradicarono dai paesi e dalle valli spesso per non più tornare.

Gli invasori bruciarono le imposte delle case per cuocere il rancio, scoperchiarono i tetti per selciare le strade fangose coi coppi. calarono dai campanili le campane per farne cannoni, svuotarono ogni cantina e contesero agli affamati ogni risòrsa alimentare. Poi vennero il tifo, le dissinterie, la tisi. Più tardi sarà la febbre spagnola a falciare i residui.

Decimazioni, assalti, epidemie, disastri. Tanta somma di tribolazioni doveva segnare nel profondo la memoria dei popoli. Molti di noi conservano tra i ricordi d'infanzia il racconto di madri profughe fino in Emilia, in Toscana, giù fino a Roma. E in questo archivio memoriale è custodita anche l'immagine di qualche povero essere che a trenta o quarant'anni dalla fine della guerra granda, dopo che un altro conflitto mondiale aveva sconvolto il mondo, si muoveva nello scenario del paese con una sua vena di mansueta follia. Ce n'era uno, Silvio, di mestiere trasportava le grandi stecche di ghiaccio dalla fabbrica ai caffè della piazza che ancora non conoscevano frigoriferi industriali. Spingeva il suo carretto a due ruote avanti e indietro, e per tutta la vita mantenne nell'abbigliamento le fasce mollettiere.e la mantellina militare. Aveva una sua pratica. Nelle tasche della giacca teneva sempre un gran numero di bottigliette da birra piene d'acqua tappate coi sugheri. Ogni volta che raggiungeva un incrocio di strade lasciava il carretto gocciolante e a gran passi disegnava con l'acqua sui selciati, da un capo all'altro della via, una doppia striscia, una trincea. Era il suo modo di continuare un lavoro che la povera testa buona non sapeva dimenticare.

Pacifica follia. Ben altra quella che strinse la mente di migliaia di ricoverati negli ospedali psichiatrici delle retrovie, in quella ormai lontana stagione della ferocia. La mèjo zoventù capace degli eroismi della Piave, di Cortellazzo, del Grappa, andava a morire anche così, fra le mura del manicomio di Treviso.

Antonio Chiades, trevigiano, è andato a sfogliare gli archivi della follia, centinaia di cartelle cliniche di questo ospedale psichiatrico alla periferia delle trincee dove nel quattro. anni di guerra affluirono i feriti dell'anima, i colpiti nella mente. Ne ha cavato un libro, In attesa del re, dove la vicenda umana dei matti di guerra esce dalle schede d'archivio per farsi racconto colmo di umanità.

Sono venticinque storie, a loro modo esemplari. C'è il piccolo pescatore del golfo napoletano che un giorno di sole sul mare e pace sulla terra ebbe a portare sulla sua barca il piccolo re d' Italia, e quando si ritrovò sulle montagne, nude della Carnia a battersi contro i suoi nemici invano lo chiamò vicino a sé, finché stanco di attenderlo si presentò nudo nell'osteria di San Daniele. Tutti dovevano capire che egli era sincero e vero, senza finzioni di gerarchie e divise, nudo e uguale al re che non tornava a spiegargli perché Maddalena doveva stare tanto lontano a inventarsi ogni giorno il pane nei vicoli di Napoli. C'è Giovanni, profeta montanaro delle valli bellunesi preso nella ridda dei suoi compagni morti che gli parlano a gran voce, e gli dicono di fermare la guerra, ma subito. E lui, ferito sulla Bainsizza stravolta dalle cannonate, grida per farsi ascoltare da chi sembra più confuso di lui nel dettare gli ordini. Anche Giovanni ascolterà l'eco dei suoi deliri sulle mura del manicomio di Treviso. E con lui cento ancora, a formare una biblioteca di carte dolenti, da dove Antonio Chiades viene liberando figure vive.

Bruno, emigrante, torna al richiamo della cartolina rosa; ma al .fronte non sa restare. E s'incammina. «Abbandono del posto di combattimento», dice la scheda che diagnostica anche «sindrome confusionale e depressiva». Lui; ogni giorno più triste e abulico, passa le giornate a disegnare su un telo bianco segni, figure e campanili. Francesco, da Messina, i quattro figli lontani in una nebbia che da queste pianure d'Alta Italia arriva fin laggiù e nasconde le memorie di una vita. Cosa è sucesso in Valsugana al povero tenente e ai suoi compagni sorpresi dal nemico? Francesco si interroga per capire se poteva salvarli. E la sua domanda incessante si rivolge alla medaglia della Madonna. Ogni medaglia doveva portare incisa la Madonna, porto della misericordia, Regina Martirum, consolatriz Afflictorum. Ogni giorno e ogni giorno nel manicomio tornava la domanda, in un eterno formulare, e girare il capo per ogni dove, perché la Madonna doveva arrivare a rispondere.

I casi raccontati da Chiades, in un consapevole rifiuto della metodologia storica e sociologica, si aggiungono l'un l'altro a formare l'affresco «dei soldati diventati folli durante la guerra 1915-18» secondo una prospettiva delicata e segnata da una pietas che è il maggior pregio del libro. Anche questo narrare piuttosto che catalogare e descrivere può essere il partecipe contributo alla conoscenza di quei fatti storici. Prova ne sia che il testo di Chiades si legge come un romanzo e lascia nella mente una ricchezza nuova da spendere per capire un capitolo importante delle storie patrie.

Recensione
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