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Le voci del Comelico contro la folle guerra

Sabato sera davanti a quell'organo a tre tastiere che Vicenza non ama. Sono venuti da Costalta, dove finisce il Cadore. Lassù ha lavorato Gaetano Callido di Este, il grande costruttore d'organi della scuola veneziana. Dalla metà del Settecento, le chiese del Comelico splendono di timbri chiari. Sono venuti a cantare la pace, a raccontare la follia della guerra, della grande guerra, anch'essa inutile come tutte le guerre.

Luci, microfoni, amplificatori, leggii, una tastiera prodigiosa e loro, le voci montanare: esili, dolcissime ragazze; ragazzi dal viso aperto e deciso. Avrebbero dovuto cantare, nella proposta del Comune e dell'Ascom, in una piazza nel cuore della città, ma questa primavera di pioggia li ha chiusi nell'auditorium del conservatorio, davanti al più originale organo della città, un Mascioni che Vicenza sembra ignorare.

L'inizio è emozionante: "Gno elo al re?" (dov'è il re?) cantano in crescendo su una base strumentale che svela tamburi militarie disperazione d'archi. La musica è di Daniele De Bettin, anima musicale del Gruppo, compositore mite, dalle idee salde e precise. La sua è una ispirazione autenticata dall'ambiente di vita: è il trovatore del Comelico.

Le parole sono di Lucio Eicher Clere, l'ideatore di questa esperienza iniziata una quindicina d'anni fa tra le montagne: poeta, regista, cantore con bella voce grave, presentatore sommesso e misurato. E subito la prima storia di follia. Antonio Chiades, scrittore e giornalista trevigiano, ora ambientato a Pieve di Cadore, si appressa al leggio illuminato e racconta. Ha la voce accuratamente professionalizzata e con lui lo spettacolo apre spazi e colori inattesi, affascinanti. Si sente la mano giornalistica del. narratore arguto, che non concede particolari inutili, che stimola e non risolve, che perfino lascia in sospensione poetica le tragedie scoperte negli ospedali psichiatrici, nei barbari manicomi delle retrovie. Così ha messo insieme il libro che ha generato lo spettacolo In attesa del re.

Interviene il coro con voci solistiche e in armonie fiorite, mentre il sostegno di De Bettin spazia in suoni pianistici di grande efficacia. Al centro della sala, Diego De Bernardin e Stefano Casanova coordinano luci e suoni, tenendosi nella delicatezza, nella massima consapevolezza del dramma trasformato in spettacolo. No, non lo si chiami "recital" che nella lingua d'Oltremanica vuol dire concerto di una sola persona: lasciamo queste confusioni alle parrocchie che ormai chiamano così anche le sagre, le feste per il Santo patrono e le Prime comunioni. Spettacolo breve e profondamente coinvolgente.

Alla fine si chiede il bis e Lucio ripropone il tema d'inizio nella lingua vagamente ladina, addomesticata in Comelico. Poi, cedendo ad altre richieste, stempera la violenza della guerra in una dolce villotta d'amore: "Bambinute no fidati dal prim nasi di pasion" (ragazzina, non fidarti del primo nascere della passione...).

Recensione
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