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Carissima Raffaella,

le letture sono l’unico sollievo di questa estate così afosa per me. Il tuo prezioso libro di Ipotesi d’amore mi tiene attento ed acuto anche in questa sera di metà agosto. Siamo nel nostro rifugio in montagna a fuori nei prati e sulle cime degli abeti una fortissima burrasca scroscia acqua e vento, aria fredda e cumuli d’acqua. Già a Torreglia leggevo il tuo libro così personale e mi piace ora rileggerlo e sentire la tua anima poetica. Lascio da parte la questione dello stile e del significante e ti invio alcuni miei sentimenti e pensieri nati dalla lettura.

Quanta tenerezza mi hai trasmesso con la tua ricerca di ipotesi e dialogo d’amore. Quanto mi piacciono questi ricordi affettivi, queste strade ventose, o sfollate, o marine, o lagunari.

In questi stati d’animo mnestici? si muovono i cari familiari.

Ma quale coraggio interpellarli ancora nella loro sera del tempo lontano tra malinconia e tremore.

Il lessico oscilla tra lessemi alti della cultura codificata e il parlato creando una modulazione intrigante e partecipativa.

I termini infatti che creano eco interna sono “madre”, “persona”, “attesa”, “parole”, “padre”, “nome”, “volto”, “ voce”, “cuore arruffato”, “porta”, “ vento”. Lessico familiare, affettivo, ma anche dialogico. Forse perché ognuno ha la sua vita o la sua percettività e gli altri capiscono e ascoltano quello che possono. Forse da ciò nasce la mestizia, la malinconia.

Per poetiche più drammatiche certo il referente può essere più drammatico. La stessa scelta è necessaria per il canto, lessico religioso che può essere più drammatico, la stessa scelta è necessaria per il canto, lessico religioso che può essere più elegiaco o più ascetico, visionario.

Intendiamoci, il significante il poeta lo sceglie e lo usa come vuole e come gli viene anche secondo la sua creatività ma è diverso cercare nella sua dote o riferimento culturale, dalla ricerca nel filtro della sua esperienza rivissuta nella sua interiorità.

Di altra tondità affettiva l’intimità e le parole per l’amicalità della poetessa Serronelli Carla. Il lessico è affettuoso, animizzante ammirato: “la terra”, “il mare”, il “castello”, “l’estate” e il “silenzio” “le c ?.” i morti ciclamini”, “il precipizio”, la “scogliera”, “l’orologio”, “l’acqua”. La malinconia non è più rimpianto ma l’attesa, il ricordo, è l’addio velato di tristezza. Il lessico trasmette l’affabilità di dolci ore comuni, di distanze percepite segrete eppure vicinissime.

Per Mario ho ritrovato la sua figura. Anche io ho studiato la sua opera per un articolo richiesto dalla sua fondazione e del suo editore pubblicato poi anche alla Saccisica; le parole sono semplici quasi intimorite dalla poesia tragica di un fanciullo prestato adulto all’amore e alla morte. Direi che tutte le pagine seguenti sono un crescendo di tensioni e visioni legate al “nostos”, al paesaggio lagunare.

Ma più che Venezia malinconica e un poco decadente ,mi è sembrato un vertice raggiunto l’elegia di “Giselle”. Una esperienza trascendente mediata dalla concretezza. Molto bella! Sembra un’opera formale ma a leggerla da dentro si sente l’incanto e l’aspirazione dello spirito all’eleganza sempre dolce e misteriosa.

Nelle altre liriche dell’eterno Femminino il linguaggio mi sembra più classico, inoltre sembra più una riconquista personale. Nelle ultime pagine il lessico diventa ancora più essenziale e quindi drammatico: “la giostra”, “la sabbia”, “l’acqua”, il “dolore”, senza essere patetico, è tenero, intenso. Ma non a caso a chiusura del libro la gonna sublime è un canto d’amore per la vita anche quando essa non sembra più così invitante, felice, e la gioia dell’amore si nasconde nelle sue lontane pieghe e l’ipotesi d’amore ora oscilla tra il vissuto e il presente che richiede doni, slanci e confusioni e pieghe di sé.

Cara, ti ringrazio per i bei momenti passati assieme nella lettura.

Ronchi di Moena, 8 agosto 2006

Recensione
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