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Se fosse possibile interpellare gli autori su cosa pensano dei propri libri e dei critici, probabilmente i recensori, quasi sempre superficiali (quando oggi, occuparsi di un libro – specie se di poesia – viene considerato quantomeno una calamità) o sbrigativamente encomiastici, ma più di frequente alquanto presuntuosi nel credere che la loro «lettura» del testo sia la sola, unica possibile, si limiterebbero soltanto a rendere conto di un'opera, mediando tra autore e lettore. E non, come spesso avviene, a suggerire le proprie personali valutazioni-convinzioni estetiche che non di rado forzano il senso del testo o dicono di più o di meno o, addirittura, diversamente da quello che l'autore ha in animo di dire.

Tanto per sgombrare il campo da possibili ambiguità.

Per quanto concerne i versi del poema La carte du Tendre, la più recente opera poetica di Maria Grazia Lenisa, un'intervista ideale c'è stata e questi che seguono sono alcuni termini nei quali si è sviluppata. Premesso che l'autrice è già nota per altre raccolte di versi (considerate dalla critica più attenta, a volte, con indispettita positività per via del contenuto affabilmente e sanamente erotico e provocatorio) e per alcuni libri di saggistica tra i più colti e propositivi, ecco che, dopo le suggestioni – che in certo modo anticipano questo nuovo libro – dei versi di Rosa fresca aulentissima, folgoranti ed epigrammatici – esce, nelle edizioni della Bastogi, La carte du Tendre, che altro non è che la Mappa del paese dell'amore. Maria Grazia Lenisa puntualizzerebbe, con il solito rigore: la fantasiosa topografia del «Paese del tenero» inventata da mademoiselle de Scudery, nel seicento. In questo tempo non hanno luogo poesia e amore. La poesia, infatti, abita «il posto che non c'è», altra essendo la poesia, altra la vita; eppure non è una distinzione manichea, perché intorno al piccolo, secco nocciòlo dell'esperienza, s'incorpa l'invenzione come un frutto gustoso, colorato. Il libro è diviso in cinque sezioni: Febbraio in Parnaso, Franciscae meae laudes, Il viaggio della luna, Fra(m)menti da Saffo e Dedicatorie con pathos. La prima sezione è preceduta da un Proemio dove «l'uomo e la donna», protagonisti di una storia letteraria capovolta, finiscono per incidere sull'altra storia, per il mutato giudizio dei tempi: significativo e vivido, a contrassegnare il variare delle fortune, il verso: «Fortunae rota volvitur: descendo minoratus; alter in altum tollitur».

Dopo il Proemio, il poema (ché di poema si tratta) si suddivide nelle ventinove giornate di un febbraio bisestile (l'autrice è nata sotto il segno dell'Acquario). Le stanze, per ogni giornata, sono precedute da un'avvertenza che sembra ammiccare un'altra historia. Molteplici ed esaltanti le possibilità inventive della Lenisa che, nella rappresentazione degli eventi amorosi e dei sogni, in luoghi bizzarri, scaturiti dalla sua ardente fantasia, raggiunge quote rarefatte di febbrili introspezioni. Il sesso, evocato in tutto lo svolgersi delle «giornate», è trattato in maniera impalpabile, con una sorta di inconsapevole pudicizia; ricorre, spesso ossessivo, e tuttavia vario e volubile, quasi allegorico nei suoi ritmi di danza, nel suo offrirsi e negarsi. Da notare la giornata IV, con il ricordo di Ermione, prelevato dalla Pioggia nel pineto dannunziana e la figura del drago, ripresa da San Giorgio e il drago nel Marinaio del Mar Nero ed altre poesie di Giorgio Bárberi Squarotti. Così anche nella V «giornata», dove compare la figura di Grytzko Mascioni, la Lenisa diventa ironica nell'assumere ambiguamente il verso di Keats: «Di Bellezza si muore», con chiaro riferimento ad un personaggio contemporaneo, perfettamente decadente.

Le sequenze della seconda parte, e cioè Franciscae meae laudes; Il viaggio della luna; Fra(m)menti da Saffo e Dedicatorie con pathos, pur non estranee al poema, riprendono, in autonomia, i temi ed i ritmi più congeniali alla Lenisa; questa volta, però, fortemente caratterizzati. Da queste si stacca, solitaria e luminosa, la suite Franciscae meae laudes, che è dedicata alla figlia, creatura bionda e bellissima, ritratta con una tenerezza che sfiora la vertigine e con tocchi di rara leggiadria. Eccone il quarto frammento: «Altra luna non sia | che il caro viso illuminato, | gli occhi un po' distanti | come laghi gemelli e, | posta in ombra | una parte di faccia, | l'altra rida | più misteriosa di quella | nascosta. | Occhio ridente | che mi calamita».

La nuova fatica della Lenisa, all'insegna, questa volta, per buona parte, di una scrittura dal taglio narrativo-descrittivo, in cui hanno gioco (e che gioco!) le fantasie, le allegorie, i grandi affreschi inseriti in un'atmosfera quasi d'irrealtà, s'impone anche, e con forza, per la consapevolezza che la muove a non prendere sul serio la Poesia, ma a sorridere, anche per esorcizzarla.

Recensione
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