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La musica dei sogni nella poesia di Nevio Nigro

Comincio con la citazione di una pagina, che condivido, del critico Plinio Perilli, che scrive del Nostro: "Nevio Nigro, poeta elogiato e consolidato, gioca e rivela una densa, svagata leggerezza che incanta, una trasparenza insieme radicata ed iridescente, che arresa all'impulso ed alla volizione esorcistica della poesia, si tinge e si erge, quasi di scatto, disperatamente sensuale e plasticamente armoniosa. "Una poesia danzatrice, seducente e vivace, irresistibilmente malinconica eppure rasserenata all'esistere. Quasi un rapito balletto, ed un baluginante rituale onirico di Sogni sospesi".

Emergono in questa pagina gli aspetti del sogno e le doti della "leggerezza" (nel senso calviniano del termine) e della malinconica musicalità, che per me sono i caratteri specifici della poesia di Nevio Nigro, che ormai, nell'ambito dei lettori e dei critici, gode di una fama solida e confermata da una notevole serie di raccolte, che testimoniano una forte coerenza e fedeltà tematica ed espressiva.

Io lessi le prime poesie di Nevio Nigro intorno al 1993; avevo avuto l'incarico di scrivere l'introduzione ad una silloge di poeti che facevano parte del Gruppo Delos: il nostro poeta partecipava con tre brevi liriche (Notte, Inquietudine, Non splende luna) e nei brevi testi mi colpì subito l'incanto dei suoi notturni ed il predominio della luce pallida della luna, citata nei versi perfino ove si nota la sua assenza. Mi piacque in modo particolare una composizione in otto versi brevi, quinari e settenari che, accostati, venivano a riscostruire immaginari endecasillabi (ma su questo aspetto vorrei più avanti tornare).

Non splende luna

Nel mio pensiero
l'ombra del tuo viso.

Invisibile vento
il tuo ricordo.

Muta è la voce.
Le parole antiche.

Sulla morbida pelle
non splende luna.

Questa e le altre due poesie significarono per me la scoperta di una voce nuova e ricca di fascino sentimentale e di risonanza musicale. Nella introduzione, ove potevo dedicare ad ogni poeta solo un rigo, scrissi di "assorti notturni" in cui ero entrato con incanto.

Mi accadde anche di vivere una strana esperienza: basandomi sui testi, che suggerivano alla mia fantasia l'idea di un romantico poeta d'amore, mi immaginavo l'autore (che non avevo ancora incontrato di persona), come un esile efebico giovinetto biondo, uno di quei cantori che alle origini del romanticismo tedesco Novalis aveva definito come "i fedeli della notte"... Poi lo incontrai e mi trovai di fronte ad un gigante bruno, venuto in Italia dalla nativa Tripoli di Libia e forse discendente di un antico imperatore romano; seppi anche che era stato primario in un ospedale e docente universitario e mi confermai nell'idea che il dono divino dell'ispirazione, la stella luciferina di cui scrive Mallamé può accendersi sul capo di tutti, come il vento dello Spirito soffia dove vuole.

Cercai poi, conobbi e analizzai attentamente tutta la produzione poetica del Nostro, ed ebbi anche il privilegio di presentare alcune raccolte, come Le donne oscure e Quel passo di danza.

E, con il vizio tipico dei critici e dei professori, cercai di trovare, nell'ambito della tradizione poetica italiana, una collocazione e definizione alla produzione poetica di Nigro, così tipica nel collocare – quasi tra pittura e musica – personaggi e paesaggi in profonda suggestiva simbiosi tra loro. Mi colpiva soprattutto la musica neviana, quel pianissimo che creava uno sfondo magico (con le voci e le parvenze della natura: brusio di brezze, lontano sommesso suono di onde marine, pallore di astro lunare, luccichio di stelle riflesse sull'acqua) a silhouette femminili appena accennate o alla solitaria presenza del poeta, dei suoi sogni e della sua malinconia.

Pensando alle due tendenze fondamentali della poesia italiana, esclusi subito qualsiasi rapporto con la tradizione dantesca (realistica e narrativa, concettuale, pedagogica e polemica), mentre trovavo analogie con la tendenza opposta, la più diffusa nella lirica italiana ed europea, quella che trova la sua origine in Petrarca e la sua sigla evidente nel sonetto premiale del Canzoniere:

Voi ch 'ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond 'io nutriva il core....

E' un'idea ed una pratica della poesia come canto e musica, che trova le sue radici nelle origini lontane delle nostre letterature, quando la poesia nasceva appunto come canto, ed i poeti si accompagnavano con strumenti musicali: è la "lirica" di Francesco Petrarca, che si rivolge al sentimento, al cuore dei lettori (non alla loro mente e volontà, come fa il "vate" Dante nei suoi appelli al pubblico...).

In Nigro non appare mai la pretesa di farsi "poeta vate", portavoce di una missione pedagogica o sociale, anzi c'è in lui un esplicito e quasi sdegnoso rifiuto di "inquinare" la purezza poetica con elementi "allotrii"; caso mai ritroviamo nei suoi testi lo sguardo del "veggente" rimbaudiano, che cerca l'essenza ultima delle cose oltre la loro apparenza fenomenica; e mi pare si possano cogliere rimandi – non so quanto consapevoli o istintivi – anche all'Arte poetica di Verlaine, là dove il simbolista da un lato rifiuta la rima e dall'altro suggerisce di usare la nuance, la leggera "sfumatura" in luogo della nettezza definitoria o descrittiva, e propone, in sostanza, il prevalere della labilità sul profilo, della musica sul disegno.

Nell'ambito di questa visione della poesia si inserisce Nevio Nigro, proponendo i suoi "sogni" a lettori fraterni, con semplicità ed anche con un velo di ermetismo e mistero che li lascia liberi di interpretare quegli stessi sogni, quasi soggettivamente rivivendoli ed appropriandosi di essi. Dietro l'apparente limpidezza del dettato, nella sua poesia (come in ogni creazione artistica valida) resta uno spazio di ambiguità, che è anche una sfida a chi legge, aggiunge alla bellezza dei versi il fascino del mistero, e tiene il poeta lontano dal pericolo peggiore, quello della banalità. Nevio potrà essere difficile a decifrarsi, arcano ed oscuro, ma non è mai banale. E si tratta, nell'ambito della poesia attuale, di una caratteristica piuttosto rara.

In una poesia fondamentale della sua raccolta più recente, che già nel titolo, Sogni sospesi, esplicita i contenuti essenziali, troviamo una specie di autodefinizione del suo essere poeta, il bisogno di "sognare".

Sogni

Ho bisogno
di sogni.
Non vivo
senza.

Se il contenuto fondamentale dei testi poetici di Nigro si può ridurre al sogno, i modi e le tecniche (strutture formali e metriche) si restringono alla "musica": leggere i suoi versi significa – secondo la profonda intuizione che già Petrarca aveva scoperto ed espresso – "ascoltare ... il suono".

E proprio questo mi appare l'aspetto distintivo della sua poesia, quella che i Greci definivano "Sfraghis", la sigla che faceva subito riconoscere i versi di un poeta distinguendoli da tutti gli altri: la "musica" di Nigro, che ben si adatta alla atmosfera del "sogno": un pianissimo, in cui parole, appena sussurrate prendono risalto dall'assorto silenzio che le circonda e le isola.

Grazie a questo carattere, mi basta ascoltare o leggere pochi versi per dire: "È lui!", e questa è una ulteriore verifica della originalità ed autenticità del Nostro.

Ed anche quello che qualcuno imputa a Nigro come un limite o un difetto, cioè la ripresa in sillogi successive di testi già presentati in raccolte precedenti, testi talvolta lasciati immutati, più spesso sottoposti a modifiche e varianti, trova per me una motivazione e giustificazione se consideriamo l'aspetto prevalentemente musicale di quei testi. Non si tratta infatti di una specie di autoplagio, ma caso mai di un'autocitazione, con la quale, grazie alle modifiche ed alla collocazione accanto a poesie nuove, quel testo diviene per così dire altro da sé e si inserisce in un discorso diverso ed innovativo. Se consideriamo ogni poesia di Nigro come una frase o una composizione musicale, ci viene da pensare che nella storia della musica esistono esempi analoghi, specie in autori come Mozart e Rossini, che riprendevano, ricuperavano o citavano tempi di sinfonie, frasi e sviluppi, inserendoli in nuove situazioni che ridonavano loro aspetti rinnovati (nel Don Giovanni si cita un brano delle Nozze di Figaro; Rossini utilizzava spesso come ouverture una sinfonia ricuperata da un'opera precedente).

Collegato all'aspetto ed alla sostanza "musicale" (nel senso che il poeta sceglie le parole non solo per il loro significato, ma anche per il loro "suono") è l'aspetto della metrica: Nevio usa, con una perizia straordinaria, il verso libero, per lo più breve o brevissimo, adattandolo perfettamente al paesaggio o alla situazione sentimentale descritta, ma non dimentica il "canto" della poesia italiana, che spesso recupera, non saprei se volutamente o istintivamente, sotto forma di endecasillabi ricomposti dalla somma di due versi successivi (o, in qualche caso più recente, come "Il tempo dei colori", usa novenari e settenari veri e propri). Vediamo un esempio di "endecasillabi fantasma" nell'ultima raccolta, nella poesia "L'ombra del tuo viso"; alla vista del lettore la poesia, nella pagina bianca, appare formata da versicoli; ma se la sentiamo leggere, ascoltiamo le sue movenze sonore, ci accorgiamo che il ritmo ed il canto dell'endecasillabo risuona al di là delle interruzioni e fratture e le prime tre strofe vengono a ricostruire tre perfetti endecasillabi:

Nel mio pensiero | l'ombra del tuo viso.
Invisibile vento | il tuo ricordo.
Muta è la voce | le parole antiche.

Forse uno dei segreti della musicalità della poesia di Nigro consiste proprio negli endecasillabi fantasma, cioè quegli endecasillabi non scritti come tali, ma ricostruiti dall'udito di un italiano, già abituato a quel ritmo musicale. Era una tecnica leopardiana (ne L'infinito che è di 15 versi, ci sono, oltre ai quindici endecasillabi canonici, altri cinque aggiuntivi, formati da due emistichi di versi successivi, così come è "fantasma" il verso forse più famoso del Recanatese (Due cose belle ha il mondo: | amore e morte), costruito su due versi. Come gli endecasillabi di Nigro appena citati (forse involontari, ma sono lì, e chiunque li può ascoltare) che donano al testo una aggiuntiva suggestione musicale.

Non trovo altri poeti di oggi che sappiano offrirei al tema fondamentale del sogno, una base espressiva formale e fonica di analogo fascino, elemento essenziale della costruzione di una trama musicale leggera e insieme profonda, di un pianissimo che riecheggia con intensa suggestione nel cuore del lettore.

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