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L'autrice traccia un ampio quadro della condizione femminile dalla preistoria (per quello che se ne può inferire) ad oggi, servendosi di gran numero di contributi, dai più accreditati ai meno noti, forniti dalla storia, specie dalla storia economica e quindi dal marxismo, dalla antropologia, sociologia, psicoanalisi, sino agli apporti più recenti, anche a carattere divulgativo.

Il fine è quello di rinvenire le cause che hanno determinato la supposta inettitudine della donna alla creatività artistica, indicate nella costante subordinazione dell'essere femminile alle strutture di una determinata società «nelle sue componenti storiche e culturali». La Emmy avverte che non vuole fare opera originale, ma indurre a riflessioni su luoghi comuni che, nonostante la molta letteratura specialistica, ancora viziano la giusta valutazione di un problema basilare in tutti i suoi aspetti.

Particolare interesse ha quella parte del volume che si intitola «La donna come prodotto culturale» nel quale vengono seguiti passo passo i condizionamenti che hanno limitato o talora annullato le possibilità creative della donna, particolarmente macroscopici ed evidenti nelle società occidentali, là dove con il costituirsi della famiglia monogamica e la divisione del lavoro, alla donna fu delegato quello domestico e la cura della famiglia con la conseguenza che questo venne a perdere di valore, «Si dequalifica». Sebbene si tenda oggi a riconoscere che i rapporti sociali nella preistoria sono stati, specie dall'analisi marxista, «idealisticamente determinati» (obiezione per altro non avanzata dalla Emmy) pare difficilmente contestabile che in questa lunga fase della storia dell'umanità, la donna sia riuscita ad esprimersi creativamente in attività come l'agricoltura, la ceramica, nella decorazione dei manufatti e nelle pitture corporali.

I contributi offerti dalle indagini antropologiche appropriatamente utilizzati dalla Emmy mostrano inoltre che in alcune società, non sviluppate nel senso di quelle occidentali, le donne manifestano creatività a livello artistico non solo per un fine pratico funzionale, ma producono anche oggetti carichi di implicazioni simboliche, valide per la trasmissione di comportamenti alla prole, di messaggi. Analoghi ruoli assunti dalla capacità creativa della donna si rinvengono in tutte le organizzazioni sociali a carattere matrilineare e ad organizzazione gentilizia. Ne conclude l'autrice che là dove la donna ha goduto di prestigio sociale è stata anche creativa. In ciò pare allinearsi con la posizione assunta dalla Nochlin (Art and sexual politics) che peraltro aveva limitato l'indagine a un determinato settore della civiltà occidentale, ma è suo merito avere sottolineato, sia pure con qualche incertezza, come, assumendo che il campo in cui può esplicarsi l'attività estetica è stato impropriamente delimitato e per tale ragione sono state privilegiate talune espressioni a detrimento di altre, possono rinvenirsi molteplici prove della capacità creativa della donna non ancora apprezzate e rivalutate.

Quando giunge infine a considerare le possibilità che ha la donna di essere artista nel mondo contemporaneo, dimostra convincentemente come tale figura, nel senso della piena coscienza di sé, è un fatto abbastanza sporadico in quanto la società capitalistica, che mercifica il prodotto artistico, e in ciò rappresenta un'insidia e un ostacolo per ogni operatore artistico, gratifica la donna artista solo se non rappresenta un pericolo per i valori imposti, favorendone la adeguazione a uno stereotipo ideale di femminilità ovvero stimolandone una competitività negativa. L'analisi si rivela affine a quella compiuta sulla condizione della donna artista nella società statunitense (vedi recensione precedente), ma fornisce altri dati a carattere statistico che chiariscono ulteriormente le modalità della discriminazione anche nella società italiana.

Infine nell'affermare che la donna-artista autentica non può sfuggire a un confronto dialettico con la società in cui vive, in quanto solo in tal modo è possibile modificare la situazione attuale di « entropia » del settore, la posizione della Emmy si rivela concomitante a quella degli interventi più consapevoli del libro sopra recensito, sottolineando tuttavia maggiormente la implicazione politica di tale affermazione.

Recensione
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