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Testo poetico difficile, ma che fa riflettere, questo di Pasquale Martiniello, interessante autore nato a Mirabella Eclano (Avellini) ove risiede. Già sindaco della sua città natale, docente e Preside nei licei statali, dirige l’associazione culturale “Linea eclanese” che dal 1983 organizza il premio nazionale di poesia “Aeclanum”. Fa parte di accademie e giurie di premi letterari. È vincitore di numerosi e prestigiosi concorsi di poesia ed è un animatore culturale, riconosciutogli da numerosi attestati di benemerenza. È presente nell’Atlante Letterario Italiano, in antologie scolastiche, in dizionari e riviste. Le sue opere (di poesia, saggistica, ecc) hanno da sempre suscitato l’interesse della critica che si è espressa nei suoi confronti con numerosissime e favorevoli recensioni. Testo difficile, si diceva, come del resto lo è gran parte della poesia contemporanea, ma anche perché scritto in un linguaggio asciutto ed essenziale, dove non trovano posto né la soverchia aggettivazione né gli orpelli formali, ma non per questo meno bello di quelli che affidano il loro mondo interiore agli schemi metrici ed alle rime.

E qui occorre una digressione. Chi scrive queste note ricorre spesso agli endecasillabi, rigorosamente rimati ed accentati, per esprimere concetti e sentimenti, in particolar modo se si tratta di poesia vernacolare, dove ritiene indispensabile l’uso della metrica per superare l’osticità del dialetto. Ma si tratta di una scelta e di un gusto che non vogliono e non possono inficiare la poesia di Martiniello, che sul piano stilistico appare ineccepibile perché è appunto la rigorosità del linguaggio a permettere al nostro di andare diritto al cuore dei problemi da lui affrontati.

E veniamo al secondo aspetto che intendo (brevemente) analizzare: il contenuto. È un testo che fa riflettere, dicevo anche, perché affronta una tematica politica e sociale di estrema e perenne attualità. Chi sono le cavallette? Tutti sanno che sono degli animaletti voracissimi, che vivono in colonie, volano a sciami e si avventano su quanto trovano da mangiare con una voracità tale da fare tabula rasa di quanto incontrano sul loro cammino.

Fuor di metafora, le cavallette stanno a rappresentare le classi sociali più elevate, quelle che, in ultima analisi, detengono il potere, politico ed economico, e che agiscono unicamente per il proprio tornaconto, rapinando (da sempre, nel corso della storia) il popolo lavoratore e relegandolo nell’inferno degli eterni bisogni. Può prendere il popolo le sue contromisure? Dai versi del Martiniello sembra emergere, nonostante l’irriducibile voglia da parte della gente di combattere per i suoi sacrosanti diritti, uno sconsolato senso di pessimismo: perché il potere politico e quello economico si presentano come un binomio inscindibile; perché si trasmettono, dalla maggioranza all’opposizione quando questa diventa a sua volta maggioranza, con una velocità tale da far impallidire quella della luce; infine perché si presentano puntualmente con tutta la loro bramosia di rapina, vanificando sul nascere ogni legittima aspirazione all’umano riscatto.

Potere che, come dice il Martiniello in una delle ultime poesie del libro, “ha un odore / particolare / Chi ne ha sentore allarga / le narici da mulo in salita / Chi l’ha assaggiato / n’è divorato fino alla follia”. Qui mi debbo fermare, data la brevità dello spazio, ma tante sono le tematiche, come quella della condizione femminile, affrontate nel testo, che, pertanto, ha tutte le carte in regola per essere letto e meditato.

Recensione
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