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Il totale ritirarsi dell'Io

Il dato che appare fin dall’inizio più evidente alla lettura di quest’ultimo libro di versi di Paolo Ruffilli (Le stanze del cielo, Venezia, Marsilio, 2008) è il totale ritrarsi dell’io – per così dire – autobiografico dallo spazio della rappresentazione e per conseguenza la rinuncia del poeta alle suggestioni della dizione lirica più scontata e accattivante. In tempi di narcisismi esibiti e banalmente spettacolarizzati ai più diversi livelli, già solo questa scelta basterebbe a garantire all’autore la simpatia e il plauso dei lettori meno corrivi. Va detto subito – peraltro – che tutto ciò corrisponde alla naturale evoluzione di un’esperienza da tempo (almeno dal precedente La gioia e il lutto) incline a dislocarsi sul terreno di un’elaborazione oggettiva e anzi virtualmente scenica dei propri contenuti: sì che la maturità coincide per più aspetti in questo percorso autoriale con la disposizione del poeta ad assorbire in sé le voci del mondo e a distribuirle in partiture drammatiche di complessa e varia concertazione. Qui, nella fattispecie, nella vasta serie che dà titolo al volume, è la discesa nell’inferno carcerario assunta a materia del poemetto a avvolgere il discorso di una patina cinerea, di sapore vagamente beckettiano nel suo insistere sulla spersonalizzazione e il nonsenso che si accompagnano all’inesorabile deriva di un pezzo di umanità devastata lungo la china di un’infelicità senza desideri. Ma è pure notevole quella perenne instabilità del punto d’osservazione, quel trascorrere ansioso nell’impostazione della voce narrante dall’io al tu al noi, che fa trapelare un inquieto e fermentante brulichio nell’ombra e nel buio che stanno dietro la pagina.

Vi è da parte del poeta, nell’accostarsi a questa scabra materia, un duplice movimento, che corrisponde a intenzioni di significato per certi aspetti addirittura opposte ma di fatto inscindibilmente legate. Il primo di tali movimenti, il più limpidamente decifrabile e il più esplicito (ma non per ciò il meno rilevante o indicativo) attiene all’ordine di quella che un tempo si sarebbe chiamata “poesia civile”, o meglio ancora e con maggior precisione alla testimonianza di una più universale e irrinunciabile pietas. È ciò che appunto dichiara l’epigrafe da cui il lettore è accolto e opportunamente indirizzato sulla soglia del libro: «I poeti, al contrario di tutti gli altri, | sono fedeli agli uomini nella disgrazia | e non si occupano più di loro quando tutto gli va bene» (Mori i Po). Vi si potrà ricondurre in essenza anche quel tratto interrogativo e raziocinante che si trasmette di verso in verso lungo le pagine di questo libro, non esclusa la sequenza che – sotto il titolo La sete, il desiderio – ne costituisce la seconda parte: perché le confessioni di un moderno consumatore di oppiacei che vi prendono forma non ammiccano certo a romantici e vaporosi dérèglements, ma sorprendono il lettore per l’ossessione analitica, per la volontà lucida e delirante insieme di trovare e esibire spiegazioni, di inchiodare alla sua ragion d’essere anche ciò che si rifiuta a qualsiasi attribuzione di senso. Al che non poco conferisce la scansione regolare ed esatta del discorso, quello stillicidio di versi brevi, un po’ meccanici e dinoccolati nel loro concatenarsi, da cui si produce una musica volutamente povera ma pervasiva nelle sue cadenze: un desolato «quartetto di cannucce» verrebbe da dire, parafrasando l’ultimo Montale. E qui vale analogamente la duplicità di cui si diceva, se in quei ritmi scarnificati può riflettersi l’uniformità di un tempo sempre eguale che ha in sé la propria condanna, ovvero la persistenza della goccia che ribatte senza tregua e non rinuncia a scavarsi una strada – quale che sia – nella pietra dell’abiezione.

Sennonché, come si diceva, vi è anche una “seconda navigazione”, che va al di là della testimonianza, del documento umano, della pietas, e chiama in causa il valore emblematico e per così dire trascendentale dell’intero spartito. Perché quelle voci e non altre fra le molte che reclamano quotidianamente la nostra attenzione, se non perché esse ci parlano di uno stato immanente o sospeso su ciascuno di noi? De te fabula narratur, insomma: un po’ come Ivan Dmitrič del Reparto n.6 di Čechov – citato pure in epigrafe – comincia a provare di fronte ai detenuti incontrati per via non più solo compassione e disagio ma un senso di perturbante consanguineità, tradotto nel pensiero ossessivo «che anche lui avrebbe potuto essere messo in catene e trascinato nel fango di una prigione». Così le miserabili gabbie in cui si consuma «un’attesa senza luce | e senza fine» ci costringono a volgere lo sguardo sul «triste male del mondo», sul suo dilagare per ogni dove, oltre i confini stessi della terra: «ma forse anche il cielo | è fatto a stanze | e non si può abitarne | più di una». L’impennata lirica del titolo si rivela in questi versi apparente, si capovolge e ricade su se stessa: non vi è qui alcun “sogno di un prigioniero”, alcuno slancio capace di proiettare la sua utopia oltre cancelli e inferriate, ma il nudo referto di una vocazione concentrazionaria radicata nello spirito del mondo (o, che è lo stesso, di un impulso autodistruttivo a cui nessuno è più in grado di porre rimedio). Il lettore che - chiuso il libro - si alza dalla poltrona per inchiavardare la sua, di stanza, e serrarne a doppia mandata i battenti, non ha molti motivi per sentirsi rassicurato e tranquillo.

Recensione
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