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Il mito ccontestato di Maria Grazia Lenisa

Spesso accade che il titolo di una raccolta poetica si sovrappone al testo, allude a una situazione che travalica o deforma i termini entro i quali si muove quel particolare esercizio stilistico e, se c'è, quel particolare messaggio.

Ma questo non è il caso del libro di Maria Grazia Lenisa, L'ilarità di Apollo. Apollo è il simbolo e il segno di un mito, il mito della poesia. L'ilarità poi esalta il mito apollineo, configura la poesia come un'ilare innocenza, l'isola apollinea di Ungaretti, la terra promessa di lui, che è terra di liberazione dal destino della vita, eliso. celeste, sede della buona memoria. Sia detto fra parentesi che nell'area pure vasta dell'avanguardia storica il solo Ungaretti ha forse proiettato fuori del reale (patito e contestato) una. così aerea e illimitata olimpicità. Ma il «caso» Lenisa non finisce qui. Se è vero che Apollo «sovrintende alla poesia come pienezza solare e allegria vitale» (Bárberi Squarotti), è pur vero che la strada dell'invenzione poetica, anche la. più ilare e libera, è cosparsa di pietre e di altri impedimenti, cioè dei residui ineliminabili e resistenti della realtà quotidana. Di qui ci sembra nasca l'originale e congeniale struttura del discorso poetico della Lenisa: lo slancio inventivo e affettivo è come trattenuto e inciso dalla resistenza degli impedimenti, e subito se ne ha la prova ad apertura di libro: «Non c'è più al mondo un posto per l'amore, – ma buchi enormi, grandi topi grigi, topi – sul letto, topi sul guanciale. E lei – col corpo nudo da tremare...». Le immagini si incalzano e addensano, ecco il suono atroce del piffero stregato, ancora i topi che si rintanano, la processione degli scarafaggi odiosi della luce, il veleno sparso tutt'intorno al letto. E allora si rivelano, nel contesto, l'invocazione, il delinearsi di una operazione felice, la speranza, prima che la «situazione» chiuda l'orizzonte con un'affermazione perentoria: «Dappertutto c'è polvere, la tela del ragno – impenetrabile ci segue. Trova nel mondo – un posto per l'amore, non in archivi – tra le belle storie. Poi scrive un canto – dove sono bruna con vivi, caldi riccioli – d'estate, trattieni il tempo che sopra – ci sputa. Forse c'è un posto, la speranza – ammicca fuori dal buio per un'ora, un giorno. Già l'inverno trascorre con la vita». Poesia dunque di movimenti affermati e negati: alle occasioni (rilevate dalle ú lettere da Palermo, da Agrigento), e alle cose (la tabacchiera del vescovo, il cortile di Palermo, il vasetto di vetro) contrastano (o soltanto se ne distinguono), implicitamente, queste lunari, più che solari, aperture verso la conquista ultima, la quale è la poesia, ma indissolubilmente congiunta con l'amore, anzi realizzata. nell'amore. L'amore è il filone continuo che ci conduce da Erotica a L'ilarità di Apollo, anche se, come annota Bárberi Squarotti, Erotica ama la forma epigrammatica, e L'ilarità predilige invece il tessuto narrativo e la «struttura lunga del discorso poetico». Da un lato l'amore è possesso anche fisico dell'altro – dell'amato – e realizzazione anche erotica di sé, è amore nelle Sue forme e manifestazioni più dirette, comprensivo di istinti e di ragioni, di slanci di arresti, con diversa gradualità di movimento. Dall'altro lato la realizzazione del discorso lungo – oltre che affiancare un'istanza narrativa propria del pieno e tardo Novecento, dalla Terra promessa di Ungaretti a La camera da letto di Attilio Bertolucci – autorizza tecnicamente la Lenisa a comunicare una vicenda alterna, che va oltre i termini di una condizione lirica, con l'inevitabile patos conseguente a quella vicenda. E ci sembra che proprio nel cuore del volumetto giunga a piena maturità il canto mitico trattenuto o impedito, dissimulatamente patetico, come in La casa del poeta con quella tesa consapevolezza di amore-prova, amore-verifica, o in Poesia non è vita, o nell'esemplare poesia Alla ricerca del tempo perduto, la poesia forse più composita e ricca di risonanze dell'intero libro, coni suoi aperti passaggi narrativi, i passati remoti che rappresantano azioni scandite nel passato, e quel finale che finalmente si libera del destino nell'eliso conquistato, nel sogno puro, ma al termine di una lunga e abbastanza tortuosa vicenda, appena al di fuori di un carcere: « ... Fu pieno – amore (ancora si parla), riempiva – uterine ansietà con fiumi di desideri – caldi: seconda giovinezza senza inganni».

Per questa tessitura composita le immagini sono come scarnite, non hanno spessore, perchè appartengono all'ordine esistenziale, tracciano soltanto vicende affettive, impulsi sessuali, sogni di possessi dorati, e riversano sulle cose, anche gli animali, le piante, gli oggetti quotidiani, una fissità atona, come un riverbero lucido e immobile. Le cose sono il controcanto, l'opposizione, l'ombra del chiaroscuro, e il ritmo del discorso si regge invece sull'itinerario vitale del soggetto che ne discorre e narra di sé. I ritmi poi accettano la loro condizione di remissività, i toni sommessi, la frequenza delle pause (delle parentesi), i periodi che si snodano compatti, coinvolgendo i versi (metricamente sciolti e liberi) per emistichi, il lungo recitativo che a volte ne deriva.

La Lenisa, autrice di diversi volumi di poesia, ordinati tra il 1955 e il 1983, ha raggiunto qui, nel discorso lungo, la sua piena maturità e una virtuosità tecnica che sa celarsi, tanto si è lasciata assorbire dal contesto senza lasciare residui. Erotica e L'ilarità di Apollo sono due tempi di un discorso poetico ormai conquistato, e la Lenisa può apparire anche in un'antologia severa, perchè, oltre agli interessi strutturali e stilistici, ricupera il messaggio dell'amore come vita, contestato sì da fatti estranei, ma alla fine, perchè perseguito con tanta tenacia di scrittura, dichiarato necessario e ineviilabile all'uomo.

Recensione
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