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La ricerca del poeta attraverso lo spazio e il tempo

L'autore, Giovanni Tavčar, ha in questa sua opera prima riunito quarantasette poesie; non le ha divise in capitoli o cicli, ma le ha ordinate cronologicamente, dall'anno 1972 all'anno 1994, come se si trattasse di una selezione (come in realtà è).

I moduli concettuali ed espressivi trovano la loro origine nelle letture degli autori mistici, per lo più anonimi, che hanno annotato le loro tecniche iniziatiche, al fine di fornire un appoggio e un aiuto ad altri soggetti assetati, come loro, di spiritualità. Tipiche sono in tal senso alcune poesie di Tavčar: "Sono stanco di morire", "L'illusione del tempo", "Fine dello spettacolo". Poesie che sono imppregnate di queste misteriose e antroposofiche filosofie, nelle quali troviamo delle constatazioni, alle quali sono pervenuti questi "antichi minatori del mistero" con immane fatica e con molte eroiche privazioni: "La vita è un'ingannevole illusione", "Ciò che chiamiamo vita è in realtà morte".

Nella poesia "Colloquio con Dio" troviamo il precetto del silenzio: "Devo tacere, tacere e perseverare ... solo allora il silenzio mi parlerà." Ma qui il silenzio non è il silenzio delle cose terrene, ma il silenzio inteso come acquietamento dei sensi, dei desideri, dei pensieri. Di poesie simili ne troviamo tante in questa raccolta. Qui però si apre il problema dell'autenticità. L'occuparsi di mistica cambia, fondamentalmente, colui che la pratica; ma solo coloro che hanno dimestichezza in questo campo sono in grado di percepire l'autenticità e la sincerità di questi cambiamenti.

Ciononostante resta un dato di fatto la constatazione che l'autore sia un poeta, cioè un uomo profondamente pervaso dai misteri del mondo. Ed è particolarmente convincente quando scende dalle azzurre altezze nel nostro segmento di spazio e di tempo e lo misura con il metro delle sue vissute esperienze. Fortemente percepibili sono il suo sviluppo e le sue battaglie interiori. Alle poesie sul tempo e sul suo inesorabile scorrere, si associano le poesie sui temi sociali, piene di amorevole, illuminato e filtrato sdegno verso i mali che macerano questo mondo. Un limpido esempio ne è la poesia "Assoluto bisogno", questa marcata riflessione su Dio. Alle domande che l'autore pone e si pone all'inizio di ogni strofa (Dove abita Dio?, Dove lo possiamo incontrare?, Come possiamo arrivare a Lui?), risponde con naturali e ferme constatazioni, piene di stupefacente e disarmante saggezza francescana.

Tutte le poesie, anche quelle di contenuto amoroso, hanno la caratteristica di un chiaro e naturale accento e sono forse troppo generiche nelle loro metafore. Accendono il sospetto che non rechino nulla di nuvo dal punto di vista del contenuto; poi ti lasciano però, malgrado tutto, un piacevole sapore di primordiale purezza. Particolarmente forte è quesa impressione di purezza nei canti che parlano d'amore; in un certo senso possiamo affermare che tutte le poesie sono intessute di un avvolgente senso amoroso.

Possiamo concludere con la constatazione che il poetare di Tavčar si muove nelle coordinate di una costante ricerca del divino e che questa raccolta è il frutto maturo di tutte queste sue ricerche attraverso lo spazio e il tempo; per lui essere poeta vuoi dire la stessa cosa che essere uomo; uomo che vive in Dio, uomo che è "povero" nel originario e più genuino senso francescano.

Trieste 15 giugno 1995

Recensione
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