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La mia critica della ricerca poetica di Chiellino sarà un entrare partecipe nel testo, un abbracciare le sue immagini e i suoi stilemi. A me non interessa muovermi come alcuni "rabdomanti estemporanei" della critica letteraria, che si baloccano di giustapporre temi ed enunciazioni ad effetto, di creare cortocircuiti di disparate e arbitrarie citazioni. (Così come in un cruciverba, si vedono districarsi personaggi e teorie distanti tra loro, per cui, ad esempio, senza una coerenza apparente si trovano accanto a Corbin e Hillman Guenon e Pollok, Leopardi e Schuen ... ). Io preferisco invece colloquiare con l'esperire poetico, con tutto ciò che di mitico e di metaforico (nel senso forte, e non come, nell'eccezione rinunciataria di qualcuno, una compensazione di disagi esistenziali e epocali) si riscopre nella intensa, pregnante direi brulicante, quest rievocativa di Chiellino. In un'epoca che potrebbe anche chiamarsi postmoderna, in cui, crollati i "grandi racconti" del tempo lineare e progressivo (eredità secolarizzata dell'escatologia biblica), il "principio causale e il finalistico non funzionano più", e pertanto "assistiamo al ritorno di un tempo immobile, di un presente eterno: quello del mito e del simbolismo" (come sostiene Michel Maffesoli), Chiellino sa effonderci tutto ciò che di ancestrale, di visionario, ribelle nel suo spirito e nella sua coscienza. Perché quella di Chiellino non è una visionarietà ascetica, ma pulsa in uno spasmo cimale, sanguinante e gridante. Sensuosità lampeggiante e nello stesso tempo gravida di luce e di passione d'amore. Il suo è un viatico, in cui i ricordi dell'infanzia si trasfigurano in cifre incantate di una fantasmagoria ipnotica e magica. Proprio quei "topoi carichi d'emozione", di cui parla Maffesoli. Giustamente Bárberi Squarotti parla di "febbre di sogno", di "oltranza splendida e angosciosa del viaggio del sogno". Gli dei in Chiellino diventano i coreuti di questa ispirazione metamorfica e travestente dell'anima (Demetra e il dolore del distacco, | gli amori folli di Giasone e Bacco, | Proserpina rapita da Plutone), e poi Tiamat Cibele Marduk Indra ecc..., in un "magma infinito di mistero". E il poeta può cantare: e ti sollevi puro incantamento | sopra l' arco sicuro del ricordo - e custodisci le chiavi dell'anima | la giusta cifra che guida l'universo.

Questo affollarsi estatico di simboli, questo senso allusivo ed evocativo, si coglieva, nel suo magmatico itinerario onirico, nel bellissimo libro precedente Daedalus (Genesi Edizioni, Torino, 1990). Noi della razza di chi rimane a terra (ricordando Montale) ripetiamo col poeta della nostra era trapassante in un "neo-tribalismo pullulante d'immagini" che "frantumate essenze – sulle morte acque del tempo – si affollano nei vuoti della mente" e con lui comprendiamo che "alle frontiere tra la luce e l'ombra | tacciono le risposte | e le domande urlano nel vento: | anime incerte nel fuoco del tormento".

Recensione
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