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Tempo fa leggevo che F. Jones ha proposto di utilizzare la 'bizzarra teoria matematica" di René Thom, quella che va sotto il nome di 'teoria delle catastrofi" che non sono le catastrofi meteorologiche naturalmente, per ripercorrere, 'passo passo' l'andamento degli stati d'animo del Petrarca. Seguendo 'matematicamente' l'evolversi della 'passione del poeta' e della 'ritrosia' di Laura, è possibile giungere alla 'prima catastrofe' che, nei termini matematici, è una 'brusca discontinuità". E la speranza è ...un'altra 'catastrofe', ma con 'itinerario psicologico' che Jones chiama 'equazione a cuspide'. Con questa teoria si può persino datare le non datate poesie del Petrarca, fra le trecento e più....

Ah, se questa teoria venisse applicata per l'esame di tutti i poeti, quanta fatica in meno per il critico. E nel caso, per chi fra le mani ha il nuovo libro di Giovanni Di Lena Non si schiara il cielo edito, in buona veste tipografica, dalla Lacaita, In copertina il leone, segno zodiacale dell'autore, tratto dal manoscritto-latino 'Liber Astrologlae' della biblioteca nazionale di Parigi, la prefazione è dl Rosa Maria Fusco, ben nota nel mondo della buona critica.

Giovanno Di Lena (studente, disoccupato, militare, metalmeccanico, contadino, impiegato: come nella prefazione si legge) è senza dubbio uno dei più calibrati poeti del nostro tempo. E allora vale la pena di essere-poeta. Di vendere l'anima alla Musa... Magari come il Trigorin cechoviano, il quale diceva che gli avrebbero messo sulla pietra tombale che era stato sì un bravo scrittore, ma non bravo come Turgheniev, e se si va a guardare sulla sua pietra tombale è proprio quello che vi si trova. E il nostro, che ha tanta modestia, potrebbe dire come Julien Green: 'lo non sono il migliore né peggiore di tanti altri, ma con questa differenza, che gli altri si nascondono, e lo mi scopro. Possa dunque il mio esempio indurre il prossimo a veder meglio dentro il proprio animo". Ci sembra che Di Lena, a questo proposito, sia giunto là dove i tempi consentono che si arrivi, se è vero che l'esibizionismo e l'estetismo hanno fatto luogo ad una più pura e coraggiosa lealtà espressiva. C'è in lui una forza tranquilla, unita senza dubbio a un'inflessibile determinazione. Perché egli è anzitutto un poeta che vuole modulare le più scottanti verità nel più persuasivo dei modi, e riallacciandosi ad un credo letterario troppo glorioso della sua tetra, perché possa essere dimenticato e soppiantato. Penso ad uno Scotellaro, Sinisgalli, Di Claula, Lanzalone altri della Lucania.

Ed è così che il paese natale, la terra di Lucania, idoleggiata in una primitività senza dimensioni di tempo conferisce al ricordo un alone di favola: `Questa terra variegata | questo sole ammiccante | quest'aria leggera | che ancora mi trascina |...in fin perimetro sghembo | che non potrò mal quadrare". Nutrita, mi sembra, della lezione ungarettiana, la sua forma poetica se ne distacca tuttavia per una semplificazione asciutta del discorso, proprio come in Sinisgalli. Per cui pare che Di Lena rappresenti una infrazione al controllatissimo sistema aspressivo di S., con una apertura verso un discorso più disteso, ma sempre nella direzione di quella mitizzazione d'un proprio mondo familiare. Che resta la costante fantastica dileniana. La stessa nostalgia di un mondo ancorato a solide certezze ancestrali intangibili, dalla ragione e dalla storia, raffiora Infatti nella incantata e ingenua fase di talune trascrizioni, "quasi un sogno | di luci spente", e quel senso di agra scontentezza nel giro di pochi epigrammi, e aforismi, insieme a una minore condiscendenza verso le antiche civetterie intellettualistiche, a volte senza lasciare spiraglio aperto alla speranza: 'Siamo rimasti... | a guardarci increduli | nel nostri occhi smarriti' "...al buio della notte | cerco | la verità..,: che non trovo"  "Eravamo convinti | di raggiungere obiettivi ambiti | ma abbiamo solo circoscritto i nostri limiti". Ungaretti dice: "...e dalle nostre mani, | Signore | non escono che limiti" cito a memoria.

E quell'aspetto raccolto, non mai privato della sua esperienza, o anche, e meglio, quel senso di solitudine ("m'accompagna, | delirando, | la mia stessa pena. || Un pugno di mosche | vagabondando | insieme a me, | si perde | in questo spazio multiforme") e di disaccordo col mondo ("lo non sono come te | ...lo vivo dimenticandomi | come un cane pieno di rabbia") costituisce il nesso centrale della poesia di Giovanni Di Lena; lucano come Scotellaro, lucano come Sinisgalli, come Di Ciaula, come tanti poeti lucani. Nei quali il linguaggio si fa spoglio, denso di una sofferenza e non mai troppo ragionata psicologia. E per cui l'interiorità è l'unico spazio della poesia. La scabra natura della poesia.

Recensione
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