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In Non solo un grido Giovanni Di Lena ci consegna il suo messaggio più maturo e forse più avvertito dal punto di vista linguistico e di intelaiatura foltuale. Non che la sua voce non sia la stessa: ritorna l'analisi del dolore esistenziale, il richiamo al gruppo umano di coloro "che non hanno pace", fra cui s'iscrive l'autore, che si descrive "a pezzi" con dei detrattori che lo asfissiano con le loro critiche o banali ironie, come capita nei miseri villaggi lucani o meridionali o europei, in cui la poesia, di Di Lena o di Brodskj, viene storpiata, insultata, ignorata e banalizzata ad un tempo, perché la fatale legge dei vasi comunicanti fa sempre scendere il livello al grado più basso della conversazione.

Di Lena offre la sua poesia come una mistica d'amore che pretenderebbe di cambiare le relazioni sociali. La figura della madre o di Pisticci restano questo sogno di verità imbavagliato dalla durezza della realtà. E puoi. vengono le tute sporcate dal compromesso, dal lecchinaggio clientelistico, viene il rifiuto dell'industrializzazione che non ha inciso nella società ed ha solo sporcato la naturalità lucana. Mito reazionario d'un atteggiamento tardoromantico? Reazione alla modernità o rifiuto d'inserimento nella storia europea? Fuga verso miti e semplice desolazione dell'esistente, a cui comunque la poesia non si adatta?

Libertà, comunità, amicizia, evasione: ecco i sostantivi fra cui si muove l'ansia costruttiva del nuovo mondo di Di Lena, in cui non manca una rabbia, un'esplosione per martellare e sbriciolare le corpose "barriere dell'indifferenza", per bruciare la corazza interiore fornita da un' "educazione rispettosa" che ci costringe a subire ed a "stare zitto / fino alla morte".

Di Lena rappresenta, forse, al meglio la depressione esistenziale dei lucani di quest'avvio di secolo, la loro incertezza esistenziale, quel vuoto prodotto dalla fine della civiltà contadina e dall' assenza di una nuova civiltà luterano-industriale o artigianale-produttivistica.

Di Lena si sente "derelitto" come i suoi lettori, (che, però, per autodifesa rifiutano tale sensazione o la rimuovono attraverso il consumismo e pertanto buttano alle ortiche anche i versi del menagramo Di Lena, in cui non possono trovare specchiata la loro immagine vestita a festa) e continua a produrre una poesia che riemerge dalle sensazioni interiori che sa catturare, depurandole dal " mulino dei ... sogni".

Recensione
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