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Leggendo Pavana per una madre defunta di.Veniero Scarselli, le sensazioni che ci accompagnano sono molteplici e complesse. Esse, infatti, intrecciano fra loro, in un emozionante, continuo altalenare, fascino e sgomento, brivido e depressione, conducendoci, con forza, all'interno di una riflessione, l'eterna, che ha per assoluti baricentri dell'Universo la vita e la morte; una vita ed una morte in questo libro senza più i veli della consolazione, senza più gli apparati di un'idealistica sublimazione o le negazioni concettuali dalla filosofia dell'assurdo. Dunque, alle sensazioni va aggiunto il disagio che spiazza, trascinandoci ad esplorare un altrove, che, come ogni diversità, mette un po' in subbuglio, com'è proprio d'ogni punto di vista o cultura che esca dal segno della tradizione.

Questa Pavana, insomma, ci risuona nuova, dentro e all'orecchio. Contenutisticamente, la sua novità consiste in un punto di vista scientificamente e filosoficamente ben nutrito, fatto penetrare, in esplorazione microscopica, al di là d'ogni semplice apparenza, nell'alba della vita e nella notte profonda, senza fine, della morte. La poesia si fonde a un'ineluttabile scienza, respingendo alle sue spalle l'abitudine sia alla liricità nelle sue più varie accezioni, sia il crudo realismo dal dito puntato sulle macchie socio-umane, sia il poiein che si morde la coda in un'analisi linguistica intesa come unico, aristocratico traguardo.

Lo choc che spinge al salto di qualità è dato dall'intensa ed impietosa meditazione davanti al corpo ormai inerte d'una madre morta. L'ouverture meditativa ha inizio nel momento in cui l'occhio del figlio-poeta concepisce la frattura tra un corpo ormai "galleggiante | sul buio fiume della Creazione" e la parola madre, con tutto il suo carico di significati affettivi, culturali e psicologi. "Essa è sola ormai | e chiusa con la Morte | che turpe svuota ogni cosa del mondo".

Da qui l'introibo, in un continuo ampliarsi di quadri, nella via crucis dell'esistere, del'agglomerato di cellule palpitanti al lievitare progressivo dell'essere, tra primitive, cieche e mute sensazioni, fino all'allontanamento dall'Eden amniotico ed ai primi, stentati passi verso la meta della Morte. E poi l'avventura che ripropone l'eterno ciclo, dal seme al primo vagito, dall'inconsapevolezza alla consolazione del sogno e della bellezza all'accartocciarsi e imputridire del fisico, perfetto meccanismo, ed alla sua riduzione a terra e polvere.

Unica luce, nel veloce trapasso di stadi di una materia, che gradualmente si fa e connota fino allo sfacelo, in un finire e riproporsi senza tregua, è l'Io, la coscienza, con quel suo procedere ed arretrare infaticabile per tortuosi, difficili passaggi. Soltanto l'Io, dunque, "rigonfio di deliri", è la nostra ultima, fragile certezza. L'lo che pensa, che fa, che crea, l'ultimo gradino di una lunga scala di mutazioni, è un cristallo enorme, nel quale si riflettono pure "gli errori vertiginosi | del mistero di Dio".

Sotto la meditazione sulla humana conditio di Scarselli scorrono varie concezioni scientifico-filosofiche, come avverte, in premessa, lo stesso autore: dall'evoluzionismo bergsoniano e di Teilhard de Chardin, tanto per fare qualche esempio, alla teoria di Hoyle, secondo la quale la vita sarebbe il prodotto di un virus in qualche modo precipitato dallo Spazio sulla Terra.

Dall'accattivante suggerimento di tali teorie, distillate con la libertà caratteristica del poeta di razza, dalla sperimentazione delle angosce eterne dell'uomo e dalla testimonianza storica e quotidiana della sua via crucis esistenziale, Scarselli giunge alla convizione che l'Io è la stessa struttura della sostanza vivente, che sta al proprio substrato come la forma alla materia, un Io dunque prodotto, per impulso d'ordine, dal Caos. E tutto ciò che ci è dato sapere dall'angosciante nascita al mortale annientamento.

La conclusione di Scarselli non è comunque nullistica. Il poeta, infatti, nella Dedica, dà all'insignificante nostra particella, come tante altre in parallelo brulicanti nell'Universo, il significato d'un viaggio prezioso, se consapevole, da non sprecare distratti, "molestati da ombre perverse | bisogni ingannevoli | minuscole sofferenze". Ma ecco il messaggio: "Teniamoci strette le mani | per travasarci speranze | per mantenere col fuoco lontane | le creature della paura | che ci assediano dai geli della Notte; | uniamo i poveri cordoni ombelicali | pe non farci rubare amore | e scagliare soli e nudi | nel vuoto di mondi maledetti...".

Nemmeno la scienza, dunque, spinge, con le sue intuizioni, al di là di quanto la storia dell'Umanità sembra suggerire per vincere atavici sconforti e paure di fronte alla Morte.

A questo punto, ciò che resta da fare è sottolineare il valore poetico del libro di Scarselli. Esso è dato dalla sua serrata struttura poematica, mai in défaillance di ritmi e tono; dall'intensità dei motivi che, dalla loro unità ed equilibrio, sprigionano varietà di significati; e da una lingua che, anche nei suoi momenti più aspri, mai tradisce una coerente tessitura poetica di alta caratura.

Recensione
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