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Affrontare un'opera con il criterio della semplicità – un criterio che mi attrae e conquista sempre eli più – ha i suoi limiti, me ne rendo conto. Esso espone ai rischi del banale, specialmente quando si tratta di illustrare brevemente un libro complesso come quello della Battilana, una personalità dentro la quale vari sono gli umori culturali che circolano, ciascuno liberando la propria parte di forza ed intelligenza nel momento in cui la scrittura decide di occupare lo spazio bianco della pagina.

A me, semplice lettore – anzi, lettore semplice – al di là, o al di qua, di ogni specificità di critico discorso, Marilla Battilana ha sempre dato, leggendola, l'impressione di un'affascinante complessità creativa. Impressione di nuovo verificata sulle pagine dei Racconti d'America e d'Italia; ma ecco quanto ho trovato d'interessante nei racconti delL scrittrice milanese.

Intanto la scrittura: di una grande trasparenza e formale pulizia, che non gioca a vuoto con se stessa, narcisisticamente, che esprime situazioni e personaggi senza mai prevaricare, trasformandosi in spettacolo pirotecnico. In Racconti d'America e d'Italia, la scrittura comunica, trasferisce sulla pagina la sostanza variegata d'eventi molto esemplari. E ciò avviene sempre con il distacco che fa acquisire al racconto quella realtà che trascina in mezzo alle cose narrate con naturalezza, tanto da non far distinguere più l'invenzione dal vero.

Una scrittura, dunque, che ci porta, non certo naturalisticamente, ma con estrema naturalezza, in mezzo alla vita, riproponendola in termini rinnovati rispetto ad altre scritture più o meno tradizionali, squilibrate sempre verso una idea che accentua un aspetto o l'altro della realtà, obbligando a prendere, nei suoi confonti, netta posizione. Qui, invece, la scrittura capta vita e realtà nelle loro sfaccettature, lasciando addosso ad entrambe la caratteristica della normalità, cioè l'ambiguità.

Anche gli eventi, apparentemente piccoli eventi, sapientemente narrati, avvincono. Essi costituiscono la materia stessa della nostra esistenza individuale e, perché no, collettiva, osservata nel suo farsi e svolgersi mentre ci passiamo in mezzo, guardata ed auscultata dentro feriali dimensioni. E là dentro, l'occhio del lettore rileva sempre qualcosa che rimanda ad altro, forse a un comune destino di fallimento, di frustrazione, di sotterranea nevrosi, di noia più o meno appariscente.

Tale constatazione può avere, di volta in volta, riflessi grotteschi, amari, d'ironia sottile o d'apparente divertimento, ma non si propone mai con appendici di giudizio. Rimane, come dire, deideologizzata. Mondo e vita, insomma, coincidono solo con se stessi e lasciano al lettore la libertà di un giudizio, sia essoesistenziale, morale o filosofico. Questo modo di abbordare la realtà è costante nei Racconti d'America e d'Italia, da «Traccia per registrazione su nastro», il racconto d'apertura, a «La corsa», il racconto che chiude la raccolta.

All'interno di quest'arco di scrittura, passano cose d'amore, colte sul campo, nelle loro varie accezioni; passa la passione politica devitalizzata, anche linguisticamente frustrata dalla lontananza in americana terra straniera; scorre la nevrosi intellettuale che si manifesta in qualche tic di sapore e colore lievemente misteriosi, che sfiorano il gotico; viene rappresentato lo sviluppo di una rivoluzione che finisce per trasformarsi in nuova tendenza all'oppressione e all'assassinio; c'è la narrazione di un microfatto storico-resistenziale, all'inizio considerato, dall'opinione di parte, come tradimento, ma che poi il trascorrere degli anni e della vita, con gli inevitabili aggiustamenti, s'incarica di ridimensionare e di ridefinire come atto altamente meritorio, quasi eroico. Ci sono le considerazioni maschili sulla donna intesa come puro e semplice meccanismo erotico; è proposto all'attenzione, gustosamente, lo stato di un'istituzione universitaria attraverso il farsi di un verbale di seduta del corpo docente; c'è la descrizione di un clima natalizio che smentisce cicliche, dolciastre atmosfere da calendario. C'è, ancora, il gioco letterario, che, partendo da alcuni personaggi proposti ai lettori come tracce, prevede infinite soluzioni e pubblicazione delle migliori rielaborazioni, oltre che gratuito commento psicanalitico d'esse.

Racconti d'America e d'Italia, insomma, sono un vero e proprio laboratorio di vitali invenzioni. Ed è proprio ciò che li rende decentrati rispetto a quanto è attualmente considerato centro narrativo. Infatti, se il centro dell'attenzione narrativa è oggi rappresentato da testi che perseguono – come sostiene Lamberto Pignotti – finalità merceologico-consumistiche, legittimamente, d'altra parte, dal momento che il fatto non costituisce reato, il modo d'essere narrativo di Marilla Battilana si colloca in una zona periferica, anacronistica, inattuale. Tutti aggettivi che qui significano qualità, in quanto si riferiscono a un narrare al quale le notizie non arrivano mai dalla pura e semplice cronaca, ma dalla scrittura. Ciò significa che quanto acquista particolare rilevanza, in una simile concezione del narrare, non è il messaggio in se stesso, anche se interessante sempre, ma il modo in cui esso è detto.

E il modo è dato, in Marilla Battilana, oltre che dagli strumenti tecnico-stilistici della sua raffinata officina di scrittrice, anche dal piacere con cui racconta le sue realissime invenzioni.

Recensione
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