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Ricongiunge Filippo Giordano in questa sua raccolta di poesie Rami di Scirocco in linea diacronica i singoli tratti del suo lungo itinerario poetico avviato nel 1973 e proseguito fino al 1999, cosa che permette non soltanto di ricomporre organicamente il panorama aperto della sua poesia, ma pure di averne il carattere della poetica, e l’occasione per un ripensamento critico che possa andare oltre i singoli “segmenti” in questo caso rappresentati dai singoli volumi pubblicati lungo quell’arco di tempo che va oltre i venticinque anni. Certo, il ragionamento non può che prendere le mosse dalla silloge dell’esordio I fili si allungano verso i balconi (1973-1976), segnata da urgenze esistenziali anche crude, avvertite specialmente nella realtà povera di un paese montano dei Nebrodi, le quali trovano nel componimento asciutto e prosciugato la misura formale e stilistica dell’equilibrio espressivo. Torna, cioè, con Filippo Giordano, l’appuntamento con quel neo realismo che, al di là della propria parabola storica che lo dava a quel tempo come compiuto e letterariamente superato, si ripropone con nuove vitalità tutte le volte che la rappresentazione dello scrittore o del poeta riguarda il risvolto amaro e disperante di realtà sociali e umane soffocate dalla miseria, dalla disoccupazione, dal degrado economico.

Sicché si estende il confine tematico della poesia di Filippo Giordano nella seconda silloge L’amore epigrammato (1973-1980) dove il dialogo amoroso non è né una variante né una distrazione, ma con le sue trenta liriche, con il suo ardore che riscattano il cuore davanti al sogno, è il rovescio di una medaglia che ha ancora il sigillo della miseria sociale (i giorni passano amari / su questa pelle…).

Si giunge così al terzo segmento dato dalla raccolta Se dura l’inverno in cui le liriche presentate toccano la soglia del 1980. E’ ancora la realtà dura del paese con i suoi disoccupati che attraversa la sequenza dei temi sui quali Giordano rintraccia la propria ostinata ragione poetica. La silloge si impose al premio Quasimodo del 1980 e riuscì a convincere alcune voci autorevoli della critica letteraria italiana. Cito, per tutte, Giorgio Barberi Squarotti il quale indicò nella poesia di Giordano “la capacità di cogliere con epigrammatica forza le situazioni di vita siciliana fra sociologia e spettacolo ed esplosione dei sensi e dei sentimenti”.

L’opera successiva Villaggio fra le braccia di Morfeo (1981-1982), una breve silloge di 10 liriche segna il primo incontro di chi sta scrivendo questa nota con il poeta. Mi parve (ne trattai in una nota privata del 18 aprile 1991) e mi pare ancora una silloge dotata di un vero e proprio respiro poematico al cui interno ravvisavo la presenza di un discorso interiore che cerca di coniugarsi con la realtà. La durezza del vivere umano –dicevo allora- la fiducia e il disincanto, il senso della solitudine, mi sembrano i dati sui quali Filippo Giordano va strutturando la ricerca di spazi per il sogno e per altre alternative. E oggi direi che quelle altre alternative il poeta evidenziò con il libro Strambotti per viola d’amore del 1985, opera della quale si occuparono, fra gli altri, Carmelo Pirrera, Gaetano Salveti, Federico Hoefer, il poeta catanese recentemente scomparso Rino Giacone, nonché il compianto Giorgio Santangelo dell’Università di Palermo.

Un segno di svolta – mi pare di dover dire – Filippo Giordano traccia nel suo percorso con Del sabato e dell’infinito che conclude il capitolo denso di una poetica scommessa tra ragioni sociali e sicilianità militante che s’era imposta fino a tutti gli anni Ottanta. Ma oggi, Rami di scirocco, se da un lato riconvalida il valore poetico di Giordano, sta a significare che le connotazioni della sua poetica sono in fase di continua ricerca, che è il vero impegno della poesia.

Recensione
Rami di scirocco
poesia 
Autori
Filippo Giordano
Edizione:
Edizioni Il Centro Storico
Messina 2000

pp. 130

Recensione a cura di
Salvatore Di Marco
Pubblicata su:
Nuovo Frontespizio nr.1/2004
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