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Un testo per ritrovare la memoria, per indinzzare i giovani, per indagare la stona del passato, per capire le ragioni del presente: questi gli ottimi motivi che hanno indotto Ferdinando Bianchini a rivisitare Romano Bilenchi, noto romanziere toscano, che ha avviato il dibattito, negli anni difficili del dopoguerra, sulla libertà e sulla cultura del rinnovamento La sua narrativa, nella forma che più gli appare congeniale, il racconto, ha un avviso scabro e fortemente realistico, come specchio delle cose, per divenire successivamente introspettiva come nel romanzo Il conservatorio di S. Teresa che resta una delle prose migliori. Lo svolgimento narrativo ha un iter spezzato ed incostante, dato che nasce da un rapporto difficile con la realtà. Per questo la res scandagliata nelle vane forme del paesaggio e della azione umana ad un certo punto più non soccorre l'istanza d'individuare l'essenza stessa della vita. Il successivo processo d'interiorizzazione interviene a naturalizzare lo scandaglio dell'unino sia che si volga all'esplorazione dell'adolescenza che a catturare gli ambigui esiti dell'avvenuta maturazione con un linguaggio che si piega docilmente a tale verifica, scandito ora in brevi tempi. ora protratti, per tradurre meglio il senso d'una attesa che spesso diviene inquietudine ed angoscia.

L'analisi di Banchini sottolinea con accurata documentazione il senso di tale produzione, ne distingue i tempi, s'interroga sui motivi più attuali, vi affianca giudizi critici autorevoli tra i quali piace qui ricordare quelli di Giuliano Gramigna che, a proposito della scnttura del Nostro, la definisce «una superficie perfettamente connessa. senza aggetti superflui o suture» e di Gianfranco Contini che lo pone tra i pochi che ancora conservano «l'arte perduta della conversazione».

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