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Filippo Giordano, con le sue pubblicazioni, ci ha invogliato a scegliere la poesia come forma di comunicazione, invece con “Scorcia ri limuni scamusciata” ci sprona ad una lettura allegorica sul tema del linguaggio. Non è da poco visto che il linguaggio viene definito da Marco Fumaroli uno strumento che ci aiuta a crescere offrendoci una rappresentazione fedele del nostro rapporto col mondo e con gli altri. Infatti, protagonista, in assoluto, del libro è il parlare “mistrittisi” che ormai è una “scorcia ri limuni scamusciata”. Non sembra vero: nel giro di pochi lustri una cultura originale, in quanto espressione di una condizione storico – sociale, è ridotta al nulla o meglio ad un suono onomatopeico allitterante. Di questa realtà disastrata se ne fa interprete, con tutta la sensibilità che lo distingue, il poeta Filippo Giordano che crea un nuovo Odisseo: una “scorcia ri limuni scamusciata” destinata a fare un lungo viaggio tra le menti umane. Per farla vedere a tutti la lancia in alto, tra le stelle: “A tutti i stiddi a jettu ‘ncudduriata | sta scorcia ri limuni scamusciata”.

Il poeta sa che qualcuno ne assapori il profumo, ne ammiri la delicatezza, ne scopra l’originalità, anche perché tra ciliegi e ggirasi non c’è opposizione, non c’è contrasto, non c’è diversità sociale, ma l’uno è il completamento dell’altro linguaggio, avendo un’unica radice. Una volta raccolta “a scorcia”, il lettore, come il poeta, è indotto a domandarsi sulle cause che hanno determinato la fine di una civiltà, sfiorata appena dal postmoderno. La risposta è laconica, più efficace di un saggio: “ E quannu u tiempu | m’acchianau ri ‘ncuoddu | capii ca cumannava iddu | e u sceccu avissi statu iu.” Da quel momento inizia l’odissea del linguaggio amastratino e le parole “chi sciurianu a tutti l’agnuni” e che avevano una valenza comunicativa forte, immediata, spontanea, resistettero finchè i cristiani “erinu pari pari nna si vaneddi | era china ogni vaddi e muntagna”.

Ma quando la solidarietà sociale del buon vicinato si spezzò a causa della continua emigrazione, anche le parole si persero per strada e furono costrette a nascondersi, vergognandosi quasi di esistere. Tuttavia non potevano rimanere nell’isola lontana e sconosciuta e, come prigionieri o come Ulisse nell’isola di Calipso, “facienu fudda pi nesciri fora”. In tale esilio qualche navigante solitario ha tentato di recuperarle, incoraggiando la loro volontà di ritorno, ma solo Enzo Romano e Graziella Di Salvo le presero per mano e le hanno portate in piazza. Filippo Giordano va oltre, le lancia in alto, per farle brillare di luce propria e per farle incontrare con il pubblico. Si prepara così la rinascita di una civiltà attraverso segni che non sono altro che musica “chi trasi intra l’arma e l’arrivigghja”. Le parole con il loro significante e il loro significato possono avere la forza di ribaltare il destino e di risolvere i contrasti del vivere quotidiano. Esse uniscono e mai dividono, smorzano gli angoli e creano i presupposti della comunione, della fratellanza, della solidarietà. Tutto è poesia e la poesia è un dono per cui anche il contrasto tra l’innamorato e l’innamorata si smorza nel suono della poesia: “Mpuozzu veniri ca jappi n’attuoppu” | “C’avissivi attuppari piddaveru!”

In tale giuoco linguistico, costruito su una figura etimologica che si tramuta in poliptoto allitterante, emerge la grande capacità espressiva di Filippo Giordano, il quale sa coniugare, con effetti straordinari, intuizione lirica e tecnica espressiva. Una volta che le parole trovano posto nel contesto, il tempo si annulla e ciò che che è accaduto ieri sembra ripetersi oggi e ripresentarsi domani con le medesime forme, in quanto al centro della storia c’è l’uomo coi suoi valori e i suoi vizi, con i suoi egoismi e le sue generosità: “Vordiri ca iu, a panza leggia, | mi sientu talianu tuttu sanu | picchì sintiennu a miludia | u sangu si scummovi | e m’ammutta i palori pi ddi fora, | mentri a cui assai a sacchetta canta | a parola s’arritira ri nna vucca.”

“A palora”, simbolo di generosità, “ammutta” i pensieri “pi di fora”, aiuta l’uomo a essere entità nei momenti d’aggregazione, rende trasparente i comportamenti umani nei casi più salienti; “s’arritira ri nna vucca” di chi disprezza i valori nel nome del denaro. Allora “a palora” è il mezzo più concreto di distinzione morale per cui “pinsannu ssu fattu Vastianu canta | e cantannu cunsola a sorti ri mischinu | cu sacchetti senza sordo c’arriseri”.

In fin dei conti Vastianu, che fa uso “ra palora” è un uomo concreto, che sa vivere il suo tempo con slanci vitali e sa spaziare da un posto all’altro, contribuendo così all’amalgamazione delle varie culture; con l’uso “ra palora” si fa portavoce della esigenza universale di trovare un punto d’incontro per un dialogo, per un confronto, per un dibattito. Egli diventa così coscienza morale in quanto ammonisce su una questione cruciale: il punto di convergenza può essere anche “stu paisazzu ri muntagna” … “cu l’aria sicca”; può essere la festa del santo Patrono: “…ravanti ri dda chiesa,|…| prima vannìa VIVA | e pui ci abbatti i manu”; può essere qualsiasi spazio purchè si faccia uso “ra palora”.

Dopo tanta luce metaforica, il poeta Filippo Giordano, che ha dato dignità al nuovo Ulisse, con un dialogo apparentemente del non senso “chinnicchennacchi” rende protagonista di questo viaggio anche la memoria: “Supra n-fullizzu, unni stava assittatu | intra na casa tanticchia sdirrupata | vitti ‘nvicchiarieddu appinziratu”.

La memoria si personifica nell’immagine “ru vicchiarieddu” che rappresenta anche la tradizione. Tra “u vicchiarieddu” e il poeta nasce un dialogo che si ammanta di sacralità: “Sabbenarica, -ci rissi- Vossia | javi pi casu bisuognu ri mia? E che mette in moto un processo di coesione a tal punto che essere, tempo e spazio si amalgamano: “Tu si figghiu ri Marianu, ti canusciu, | ch’iddu chi sta nna du quartieri vasciu”.

Gli effetti dell’incontro – dialogo creano i presupposti per la socializzazione, il rispetto, la solidarietà l’amore, che diventano il motore della vita: “allieggiu allieggiu chi jievimu avanti”, con un senso altamente morale per cui è giusto che il vecchio “scudduriava pinzera ‘ntriganti”; è opportuno che ricordi “U viri dda, sutta ddu cunzarru ? | Dduocu spararu a Sciaccalimarru”;è significativo che si faccia riflettere sul crollo di una cultura: “dda casa a viri, chidda allivancata?” Ma forse Femio non cantava i ritorni dei Greci nell’inferno di Itaca? Infatti la poesia che narra sventura, per Omero, produce gioia ossia rinnovamento. A Scheria, isola dei feaci, dominava la poesia, che nasceva dal dolore ma che risvegliava la pietà, la misericordia, l’identificazione.

Al termine di questo simbolico viaggio, il poeta ringrazia il vecchio per avergli donato “i so palori” : “Vossia nu rialu ggià mu fici: | i so palori intra sta curnici”. Noi ringraziamo il poeta Filippo Giordano per averci fatto scoprire una nuova Itaca e un nuovo Odisseo e averci fatto meditare su tematiche intelligenti ed attuali. Scorcia ri limuni scamusciata è un bel libro, scritto col cuore, e rappresenta una pietra miliare della civiltà.

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