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Non v’è dubbio che i rapporti tra Chiesa e politica, tra fede e politica siano sempre stati di “dualismo convergente”. Tra l’altro, oggi, con lo strapotere dei media che non aiutano al discernimento, questi rapporti sembrano sempre più in movimento, “attivi”, non sempre sereni. Possiamo ricordare le formule giornalistiche per definire quanti tra i politici e per vari motivi, si trovano ad avere rapporti diversi e diversificati con la Chiesa: c’è chi è pronto a difendere la tradizione popolare cristiana e i grandi valori che da sempre la Chiesa propone e difende, senza passare attraverso un percorso di fede e anzi, talvolta scontrandosi con la Chiesa stessa; c’è chi difende in maniera plateale la propria fede o, per altre ragioni, le proprie tradizioni, contro invasori più o meno reali; c’è chi viene ritenuto troppo clericale in politica e invece, qualche altro, anticlericale; e ancora c’è qualcuno, forse troppo devoto all’autorità ecclesiastica con fini non sempre nobili. Possiamo dire che il panorama è vasto.
Ma penso, prima di richiamarmi alla storia e all’oggetto di questa nostra discussione, che sia interessante sottolineare alcuni importanti documenti per capire qual è il ruolo della Chiesa e della Dottrina Sociale e il suo rapporto con la politica. Dapprima dobbiamo far riferimento all’importante documento del Concilio Vaticano II, la Costituzione Gaudium et Spes, che chiarisce il ruolo della Chiesa nei confronti della Politica: La Chiesa, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica GS 76; e poi, lo stesso documento al n. 75, sottolinea quale dovrebbe essere il ruolo del cristiano che si impegna in politica e che si assume responsabilità personali per la realizzazione del bene comune: Tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione nella comunità politica .
Anzi, il cristiano deve essere cosciente della sua vocazione all’interno della comunità politica dando esempio di dedizione alla realizzazione del bene comune. Questo non significa ingerenza della Chiesa nelle decisioni che spettano alla Politica e solo alla Politica, ma il riconoscimento dell’indipendenza della stessa dalla comunità politica. Ciò non toglie, come scrive ancora la GS N76, che la Chiesa ritenga suo diritto “…dare il suo giudizio morale, anche su cose che riguardano l’ordine pubblico, quando questo sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime…”.
E’ bene richiamare, se pur per cenni, anche un altro documento più recente, la Centesimus annus nella quale papa Giovanni Paolo II, riconosce a chiare lettere l’importanza della democrazia, non solo come sistema di governo, ma in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e offre la possibilità di sostituire i governanti pacificamente. Ma il papa sottolinea che “un’autentica democrazia è possibile solo in uno stato di diritto e sulla base di una retta concezione della persona umana”.
In questa enciclica, tra l’altro, viene richiamata più volte la prima enciclica sociale, Rerum Novarum, che possiamo dire sia stata il fondamento dottrinale e valoriale dell’azione del nostro protagonista, Sebastiano Schiavon nei primi anni del ‘900. Anche il sottotitolo di questa enciclica è molto chiaro: “sulla Questione Operaia”. L’enciclica in questione fu un documento rivoluzionario per il tempo, che trasmise ai cristiani, ma non solo, dopo un’assenza forzata dalla vita pubblica, un entusiasmo contagioso tra chi sentiva il messaggio evangelico veicolato da Papa Leone XIII, autore dell’enciclica, rivelarsi in tutta la sua profondità e chiarezza: l’attenzione per i poveri, i diseredati e le situazioni sociali, economiche e politiche del tempo.

Il periodo della Rerum Novarum
Il periodo antecedente alla Rerum Novarum fu un momento molto importante e delicato per la Chiesa che, dopo la questione romana che aveva ridotto, non solo i territori ma anche la sua influenza sulle classi sociali, cominciava a dare una diversa lettura della realtà . Essa si collocava non in una situazione di inferiorità da un punto di vista territoriale (papa prigioniero in Vaticano!!!), ma iniziava a valutare in modo diverso la realtà sociale a partire dagli ultimi, denunciando soprusi, ineguaglianze e ingiustizie, senza prestare il fianco al socialismo che aveva strutturato la sua lotta sociale in altro modo. Ma vedremo che per qualche cattolico di frontiera il confine era labile.
Nel 1874 prende vita l'Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici che caratterizzerà la stagione contrassegnata dal non expedit, ossia dal divieto rivolto dalla gerarchia ecclesiastica ai fedeli italiani di partecipare alle elezioni politiche per non avallare i "fatti compiuti", in un certo senso tutto ciò che essa aveva subito.
L'Opera dei Congressi manterrà il suo carattere fino all'ultimo decennio del secolo XIX. L'organismo sembrerà spingersi a favorire la linea democratica sostenuta da alcuni giovani diretti da don Romolo Murri (1870-1944), fra l'altro sospetto di modernismo. Lo scontro all'interno dell'organismo più rappresentativo del movimento cattolico italiano tra progressisti e conservatori, culminerà con la soppressione dello stesso voluta da Papa Pio X (1903-1914) nel 1905, e con il rilancio del movimento cattolico attraverso la pubblicazione dell'enciclica Il fermo proposito nell'anno successivo. Il Papa coglie il pericolo modernista nella Chiesa ed è favorevole a un intervento sociale dei cattolici, anche in forma elettorale (probabilmente una necessità per la Chiesa) – attenuando così la posizione intransigente del non expedit -, per fermare l'avanzata del movimento socialista, costituitosi in partito nel 1892. Ma l’impegno elettorale dei cattolici dovrà essere rivolto alla difesa della Chiesa.
Alcuni cenni all’enciclica. Come dicevamo, l’enciclica Rerum Novarum diventa la barra che indirizzerà tutto il cattolicesimo sociale del tempo e che influenzerà anche quello successivo. Creò un fermento autentico, che portava all’impegno sociale di molti laici cattolici che riscoprivano una Chiesa maggiormente attenta alle cose del mondo e anche di molti uomini di Chiesa che avevano a cuore il grande numero di diseredati sottomessi ad un giogo pesante e non infrequentemente disumano.
Leone XIII riflette sul contesto storico che sta vivendo la società italiana ed europea fatto di grandi cambiamenti in campo sociale, economico e politico. Mette in evidenza il contrasto tra “padrone e operai” sottolineando il ruolo di forza nel quale si trovano i proprietari rispetto ai “proletari”. Non solo, ma il papa mette in evidenza anche l’inaccettabilità della soluzione socialista che propone l’abolizione della proprietà privata, pur essendo un diritto naturale e mette contro proprietari e operai non risolvendo i problemi ma, anzi, accrescendo la possibilità di disordini sociali. Il papa parla della necessità del dialogo sociale, della concordia sociale perché le parti (padroni e operai) hanno bisogno l’una dell’altra e devono passare dallo scontro al dialogo.
Le relazioni tra le classi sociali dovranno basarsi, scrive ancora il papa, sulla
• Giustizia nel senso di doveri da assolvere da entrambe le parti
• Carità nel senso di essere sempre rivolti ai beni eterni e all’aiuto dei miseri
L’enciclica parla di Bene comune, di Giustizia distributiva che diventeranno i fondamenti della ricerca della giustizia e della libertà, con maggior riguardo nei confronti dei deboli, dei poveri e dei proletari. Il concetto di Bene comune diventerà il leit motiv della Dottrina Sociale della Chiesa e che oggi troviamo consolidato anche nel linguaggio comune.
Si parla della difesa della proprietà privata che deve essere garantita dallo Stato; e ancora del riposo festivo del quale molto anche oggi si discute.
Lo stato deve intervenire solo quando, afferma il papa, manca il consenso delle parti nello stabilire il salario (si può parlare di una forma di sussidiarietà; pensiamo ai contratti nazionali di lavoro). Egli parla anche di sciopero come grave disordine, ma non si nega la possibilità di metterlo in atto. Il papa ritiene importante prevenirlo.
Parla dell’importanza delle associazioni; di tutela previdenziale, sanitaria e infortunistica per gli operai.
In sostanza, la Rerum Novarum crea le premesse per un movimento cattolico sociale che ebbe Sebastiano Schiavon tra i suoi grandi protagonisti nelle zone di Padova e provincia prima, e successivamente anche a livello nazionale quando fu eletto per la prima volta al Parlamento nel 1913. La sua elezione avvenne nelle liste dei “cattolici-deputati” in contrapposizione ai “deputati cattolici” per sottolineare chi ha il compito di rappresentare il mondo cattolico ed è indicato ufficialmente dalla Chiesa e chi, invece, è cattolico ma eletto in altre liste.

L’impegno dei cattolici
La Dottrina Sociale della Chiesa, quindi, aveva gettato ormai delle solide fondamenta e coloro, tra i cattolici, che cominciarono a costruire un rapporto sociale nuovo, un rapporto fondato sui valori che venivano riscoperti nella operosità in difesa dei poveri, non mancavano. La nascita delle leghe Bianche, dei cattolici democratici aperti alle idee socialiste (Romolo Murri), la nascita del partito popolare con don Sturzo, l’inizio delle Settimane Sociali dei cattolici con Giuseppe Toniolo, furono un continuum nella crescita della sempre presente consapevolezza dell’importanza del pensiero sociale cristiano, dei valori che ne erano e ne sono il fondamento.
Ma erano gli uomini di Chiesa stessi che stavano al fianco dei laici nella riflessione e spesso anche appoggiando direttamente o indirettamente la loro attività politico-sociale in difesa dei deboli. Essi sostenevano la nascita delle aggregazioni laicali, incaricando laici, come Sebastiano Schiavon, a diventarne funzionari.
Certo i dissapori non mancavano. Pensiamo a don Romolo Murri che si affiancò all’opera dei Congressi e al movimento sociale dei cattolici come la “democrazia cristiana” (non del senso del partito): sicuramente un sacerdote molto attivo, ma che trova terreno difficile tra la gerarchia. Infatti dopo la soppressione dell’Opera dei congressi da parte di Pio X, cerca di portare avanti ancora le posizioni dell’opera stessa fondando la Lega democratica nazionale. Per le sue idee vicine al socialismo, venne sospeso a divinis e dopo esser stato eletto al Parlamento con il sostegno dei socialisti e dei radicali, fu scomunicato.
Pensiamo, per esempio, a Giuseppe Toniolo, economista straordinario, cattolico, che seppe cogliere l’importanza della Dottrina Sociale della Chiesa. Cercava una forma di conciliazione tra un socialismo intransigente e un capitalismo libero da ogni responsabilità sociale e da ogni forma morale: una sorta di terza via. In ciò riteneva che il cattolicesimo sociale potesse inserirsi collocando la sua base tra i contadini, tra le popolazioni spesso analfabete sfruttate dai capitalisti e aizzate dai socialisti. Nel 1907 Toniolo iniziò a Pisa e Pistoia la stagione delle Settimane Sociali dei Cattolici, di grande importanza ancora oggi, e delle quali quest’ anno si celebreranno i 100 anni nelle medesime città.
Pensiamo ancora a don Luigi Sturzo che, non solo volle stare dalla parte dei poveri, ma arrivare ad un impegno attivo e diretto in politica sostenendone la valenza e l’importanza senza, per altro, voler mischiare politica e religione. Infatti, nel fondare il Partito Popolare disse: “E’ superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico: i due termini sono antitetici: il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito politico, è divisione”.
Da questi personaggi straordinari e dagli avvenimenti del tempo, si capisce il fervore degli uomini cattolici che si impegnarono per migliorare la società, creare uguaglianza, risolvere le ingiustizie sociali a favore, possiamo dire oggi, in funzione del bene comune per il riconoscimento della dignità della persona.

L’impegno del cattolico politico Sebastiano Schiavon
Ed è in questo clima che si nota la spinta di Sebastiano Schiavon. Un uomo senza potere e senza ricchezza che coglie il significato profondo dell’impegno del cattolico nella realtà sociale e politica. La fecondità che aveva ricevuto dalla Dottrina Sociale della Chiesa, in sostanza dall’ Enciclica Rerum Novarum, come si accennava in precedenza, lo porta a spendersi senza riserve contro le ingiustizie. I deboli, i proletari, sono i soggetti a cui egli si rivolge: sarà dalla loro parte cercando di trovare la soluzione dei problemi che la realtà del tempo presentava a partire da ciò che da sempre lo animava e lo rendeva consapevole della sua posizione, del suo impegno e della sua identità : l’essere laico cattolico.
Pur riconoscendo l’importanza e il valore delle posizioni dei socialisti, non ne condivideva i metodi di lotta e gli obiettivi della lotta. Egli, per quanto possibile, cercava il dialogo tra le parti (…L’una ha bisogno assoluto dell’altra…R.N. 15), utilizzando tutti gli strumenti che erano in suo possesso per evitare i disordini, ritrovare la conciliazione, e raggiungere una giusta soluzione pur sapendo quale era l’anello debole della catena economica, sociale e politica del tempo. Troviamo nella R.N. 13, che la Chiesa “brama che i consigli e le forze di tutte le classi sociali si colleghino e vengano convogliate insieme al fine di provvedere meglio che sia possibile agli interessi degli operai” . Ma la sua parte privilegiata era sempre quella debole.
Non a caso il suo impegno politico verrà sostenuto con forza dal vescovo Pellizzo che riconosceva in Schiavon l’esempio del laico cattolico che si spende per trasformare le situazioni di ingiustizia alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa. Schiavon non si limiterà ad agire solo direttamente, ma cercherà anche, nel nome di una vera “democrazia cristiana”, di formare altri laici cattolici capaci e disponibili ad operare fianco a fianco dei diseredati e degli oppressi. Per questo riterrà opportuno istituire un percorso di formazione attraverso l’inaugurazione della Scuola di Studi sociali. Una “democrazia cristiana”, quindi, sinonimo di libertà ma anche, per Schiavon, sinonimo di giustizia.
Una democrazia che non può prescindere dal bene comune è ciò che Schiavon cerca; questo lo farà attraverso l’impegno politico diretto, dai comuni alla Provincia e fino al Parlamento. Egli cercherà di usare gli strumenti più adeguati, nei luoghi del suo impegno, per realizzarlo il bene comune nel senso di creare le condizioni per ridurre le disuguaglianze e poter far sì che i pochi che detengono ricchezza e potere non sfavoriscano e condizionino la vita, la libertà e la sopravvivenza di operai e contadini. La situazione della società descritta al n 1 della R.N è molto chiara anche per Schiavon: …essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà…
Un democrazia, quella cercata dal nostro protagonista, che non può non rivalutare il diritto di cittadinanza. L’impegno di Schiavon di fatti, fa riemergere dall’anonimato e dal silenzio, cittadini che si riscoprono tali e per il suffragio universale e perché c’è qualcuno che li aiuta ad uscire dalla situazione nella quale sempre erano stati relegati. Ancora una volta, l’enciclica di Leone XIII, al n. 27, è chiara: “I proletari né più né meno dei ricchi sono cittadini per diritto naturale…”
Non sempre i rapporti con la Chiesa locale, nonostante fosse sostenuto dal vescovo, furono idilliaci. Infatti, il loro deteriorarsi si ha con la sua elezione in Provincia. Schiavon non fu individuato dalla curia, ma eletto col sostegno della base (questo non era previsto per i candidati cattolici).
Certo Schiavon è un uomo che non si tira indietro e non vuole essere al di fuori della Chiesa; sa che il suo impegno non è solo fatto di contrapposizione ma di costruzione, alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa e di una nuova giustizia per i più deboli.
Dobbiamo anche sottolineare che, successivamente alla Rerum Novarum, fu scritta da Pio X l’enciclica “Pascendi dominici Regis” contro il modernismo che si infiltrava ed era spesso sostenuto, secondo il papa, anche dai fedeli. Schiavon, quindi, dovette infilarsi nelle aperture della Rerum Novarum e cercare di districarsi tra le maglie, talvolta strette, dell’ enciclica di Pio X che chiedeva obbedienza da parte dei laici.
Comunque, nonostante il non expedit, nell’ulteriore enciclica Fermo Proposito con la quale Pio X istituisce l’Azione Cattolica, il papa fa delle aperture sulla possibilità che ci siano dei parlamentari cattolici. Essi potranno candidarsi ma solo per fare il bene della Chiesa. Come sappiamo, il patto Gentiloni del 1913 aprirà la strada, ancora difficile, per l’elezione dei cattolici (il non expedit verrà eliminato da papa Benedetto XV nel 1919). Infatti Sebastiano Schiavon verrà eletto al Parlamento con incarico ufficiale da Roma.
In sostanza Sebastiano Schiavon è un uomo del popolo che raccoglie dalla sua fede la sintesi per un impegno sociale e politico filtrandolo attraverso gli insegnamenti della Dottrina Sociale della Chiesa. Il suo essere stato considerato lo “strapazzasiori”, non gli sarà molto di aiuto nel futuro dato che gli stessi “siori” che operavano anch’essi a fianco della Chiesa e della sua dottrina (non so se sociale) cercheranno di ostacolarlo in ogni modo. Il loro obiettivo sia a livello locale che nazionale sarà quello di impedire a Sebastiano Schiavon di continuare la sua attività politica e il suo impegno per le cause in cui aveva creduto e per cui si era sempre battuto.
Poco prima della sua morte cambia il clima politico, all’interno della Chiesa e anche quello nei confronti del politico padovano che non riuscirà, come sappiamo, a presentare la sua lista per il terzo mandato. Schiavon non verrà eletto al Parlamento, non avrà più il sostegno della Chiesa che gli preferirà altri più illustri; anche i contadini lo abbandoneranno; morirà e cadrà nell’oblio.
Egli fu, come laico cattolico, un importante testimone dell’impegno sociale e politico dei primi del ‘900. Forse la provocatoria domanda che molti anni dopo Maritain espresse in maniera cruda: “Il popolo deve essere risvegliato oppure utilizzato? Dev’essere risvegliato come fatto di uomini, o frustato e trascinato come bestiame? trovò in Schiavon un perfetto interprete e una risposta costruttiva. Possiamo anche dire che abbia anticipato di molto, con la sua azione politica e sociale quanto, qualche decennio dopo, disse papa Paolo VI: La politica è uno dei più alti valori della carità.

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