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Problematicismo e afferente etico nell'opera di Veniero Scarselli

Il piglio deciso e piuttosto severo dell'opposizione poematica scarselliana è inequivocblmente d'impronta morale, indice di una volontà leale, tesa nello sforzo di restituire dignità all'arte poetica, fidente costrutto più naturalmente totalizzante. Vale, nella necessità avvertita del presente, a sanare il vuoto narrativo da impotenza o da inibizione, più volte meramente e sintomaticamente denunciato dalla poetica minimale, che tra le sue oneste spigolature, occasionalmente, pure ha invocato la grazia di un continuo onnicomprensivo. Verificando i tòpoi privilegiati nei punti d'incidenza problematica dell'attuale conoscenza, la traccia poietica scarselliana conduce ad esplicazione verbale il grado semantico di un silenzio rilassato soprattutto dal tanto deprecato "frammentismo lirico", laddove ritenuto attardato o addirittura sprovveduto. Le eventualità dell'io lirico, in Scarselli, sono per lo più arginate nei movimenti di confluenza sostanziale e solo raramente esperimentano 1'eleazione sintetica di valenza soggettiva, ché l'assalto di un motivato problematicismo squarcia generativamente il vissuto, a impome le referenze in un' articolazione generalizzante.

La lingua che assolve tale compito è strutturalmente totale e incede quasi con autorità, non tollera elementi esornativi, né vuole l'attenzione su di sé. Nell 'avvicinare i luoghi, come strumento ottico affidabilissimo, centra le presenze e le nomina attraverso l'immagine che manifesti, unitamente, sia le variabili relazionali, sia le specificità attributive. Trattasi, insomma, di verbalitàattiva nel farsi corpo della verità poetica, così come si appalesa e si connette nel mezzo del pensiero. Scarselli agisce a vari gradi di intensità della ragione sensibile, in un processo d'integrazione ed autenticazione della stessa, inteso come vitale ed urgente e, cosi facendo, preme a svantaggio di una esistenza di reale segno filosofico-poetico.

Il puntuale procedere per sviluppi monotematici, a mio avviso, risponde però ad un movente proveniente dalla formazione scientifica dell'autore. Già informata in partenza di un forte sentimento di sfiducia, la possibilità di una metafisica scientifica (per meglio intendercì, Wumdt), sembrerebbe voler esigere, parallelamente, un ambito d'indagine poetica defmito. L'ipotesi, mai formulata espressamente, sarebbe intuibile dai vari accenti allocutori, dalle smussate invettive e risulterebbe evidentemente nullificata nella rabbia blasfema, nella capitolazione orante nel dubbio placato, che sono le gradazioni) progressive degli epiloghi scarselliani, tutti a significare forse che, si, l'uomo è essenzialmente tensione di ricerca perfettibile, ma per sua condizione non uò contenere, non può possedere l'essere.

Torno ora dalla lettura dell'ultima opera del poeta; l'ho letta d'un fiato, trascinata dal fervore della rigogliosa modalità narrativa e intensificata nell'attenzione dall'ingeneramento di una crescente suspence. Parlo di Straordinario Accaduto a un ordinario Collezionista di Orologi che l'autore stesso definisce progettualmente "poema metafisico in 43 lasse".

Dimesso l'io esperienziale, qui si elegge a protagonista rappresentativo "un onesto burocrate, impiegato alle regie poste del Regno". Il vero protagonista, però, è senza dubbio il Tempo come categoria metafisica e il tema d'indagine e di riflessione ancora la Morte, stavolta come gelida tenebra nella terribilità angosciosa della fine del mondo. Il poema si apre con un "chiamare ad audiendum verbum", che sta anche per una ridotta convocazione in tono vagamente ironico e sostituisce l'invocazione della struttura classica. Segue una protasi in chiave moderna, dipanata sullo strascico del rimprovero. Il resto è rievocazione, giacché tutto è già accaduto. La morfologia verbale, pertanto, è quella del passato, particolare imperfetto e perfetto oggettivo, gole inframmezzata da qualche accorata insorgenza allocutoria e da pochi, ma ragguardevoli accenni elegiaci. Il protagonista rievoca. Ripercorre i tratti notevoli della sua vita di impiegato, scapolo, stimatissimo e quasi felice, metodico e affezionato al proprio lavoro. Un impiegato forse come scivolosa della morte."

A sospendere l'impari, inutile guerra, sopraggiungeva inevitabilmente il Sonno, "triste, animalesca malattia", oblio della ragione; il Sonno "dalla maschera troppo simile alla Morte". Anche la notte dell'Accaduto Straordinario, una notte come tante, il sonno era sceso impellente .a piegare il controllo della ragione. In quella notte, però, mentre ancora i sogni ingannevoli stordivano la terra, all'improvviso, la mente del nostro ejoe, avvertita certamente dall' Orecchio onnis*nte che vigila ognora, si era destata in preda allo sgomento.

Da qui l'Accaduto preannunciato, il cata-' strofico Evento, incubo, scioglimento psicogeno o risoluzione dell'amletico dilemma, in una rappresentazione terribilmente esemplare, dove tutto è organico e riconducibile alla sensorialità umana, ma tutto è anche ossessivamente ingigantito. Il meccanismo delicato del tempo della vita s'è inceppato, il familiare e francheggiante brusio degli orologi tace. Il silenzio si fa gelido, come il marmo che accoglie il cadavere del tempo. Comincia l'attesa ansiogena della fine, per poco dura la pena sulla desolazione degli oggetti affettivi. S'alternano il tormentoso senso del limite umano e l'inarrendevolezza che spinge verso la conquista della Verità assoluta.

L'apparizione dell'altissimo Orologio, Colui che ha vinto il Chaos ed ora si alza potentissimo per domare la volta celeste, apre il nostro eroe alla speranza di poter portare lassù almeno un poco di questa "fragile e dolcissima vita". In preda al pressante desiderio di conquistare il Vero, riesce a penetrare il nobile corpo e a iniziare la faticosissima ascesa della torre. Seguono l'accesso alla più alta delle camere e l'ingresso al vaso dov'è occultato l'inafferrabile segreto dell'Universo. Qui, il senso del limite è sofferto nella re*zione ripetutamente; l'avvertenza dell' infinitudine del Cosmo e dell'incomprensibilità dell'Essere che eterno lo sovrasta si fa schiacciante. Ma ecco, infine – per dirla con Giancarlo Oli, che ha prefazionato con perizia canonica l'opera – "la teofania clitoridea e fallica: l'apoteosi dell'Ermafrodito", la Singolarità umana che giunge in soccorso del nostro eroe lo avvince in una sola carne e lo guida a vedere. A vedere che cosa?: "poiché io visi, fratelli, infine io vidi | solo un attimo prima di perdere | per sempre questa labile favella, | ciò che forse non era ancora scritto | ch'io dovessi; poi privo d'aiuto | caddi nel vuoto, come corpo morto cade". Termina proprio così il racconto dell'Accaduto, come il canto V dell'Inferno, il canto dei lussuriosi, in tutta concordanza sembra, con l'ipotesi della genesi orgasmatica e la teofania finale.

Il poema è preceduto da una centrata citazione dei vv. 85-90 del XXXIII canto del Paradiso. Il fatto di richiamare l'eroe al secondo cerchio dell'Inferno è un atto dì riverenza verso il grande poeta da parte del l' autore? Sta forse ad indicare umiltà eccessiva dello stesso relativamente alla capacità di dire, di esplicare compiutamente una concezione metafisica? O sta per una denuncia della disfatta che subisce la Metafisica oggi? Il lettore avrà di che riflettere, ché questo non è l'unico nodo da sciogliere. Io opto per l'ultima interpretazione, perché non posso fare a meno di vedere rappresentata nel protagonista la solitudine al grado filosofico-metafisico dell'uomo contemporaneo, la suaimpotenza contro la boria dello scientismo tecnologico, contro "l'homo faber a-filosofico'da cui mantiene le distanze solo figurandosi in altro tempo.

L'epilogo rafforza la mia posizione; esso ci restituisce un uomo che ripristina le sue coordinate reali, ma fortemente acuito nella percezione della presenza costante del Tempo e della morte. Sarà ancor più solo, dopo l'Accaduto, dopoché un volo di albatros s'è trasmutato in volo di tacchino. La diversificazione di un dubbio sommesso gli nutrirà le giornate per il resto della vita o chissà che una forma piena di grata rassicurazione proprio dell'intangibilità e inconoscibilità del Vero, in virtù della sua perseveranza attentiva, non gli restituisca l'esatta integrità del senso della funzione.

Recensione
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