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Suor Bertilla, umiltà e dedizione

Il tempo dei santi appare remoto ai nostri giorni. La quotidianità avvampa di esibizioni, esalta il frastuono, celebra il parlare. Ai più ripugnano le condizioni stesse che accompagnano ogni cammino di santità: la scelta del silenzio, il sacrificio incognito, l'umiltà del servire. Eppure non mancano nella storia recente uomini e donne che hanno votato la vita alla ricerca della perfezione. Una scelta eroica, che sopravviene talvolta a sconvolgere raffinati intellettuali o anime semplici, accomunati nella virtù. A cento anni dalla nascita di Santa Maria Bertilla Boscardin, giovane suora che consumò la sua breve esistenza nelle corsie dell'Ospedale di Treviso, Antonio Chiades ne racconta la vita in un libro toccante e lieve: Suor Bertilla.

Nata nel 1888 a Brendola, sui colli vicentini, da povera famiglia contadina, la giovane riceve principalmente dalla madre una formazione devota, e manifesta fin dai primi anni una intensa religiosità. Sono periodi desolati per la condizione contadina La durezza della prima accumulazione capitalistica strizza le campagne, all'enfasi borghese per il progresso si accompagna una miseria diffusa. Tifo, pellagra, altissima mortalità infantile, mentre l'emarginazione.verso le Americhe spopola i paesi. Poi sarà la guerra. Il fervore religioso del popolo è anche appello alla giustizia divina perché soccorra i deboli. Bertilla appena sedicenne entra nell'istituto delle Suore di Santa Dorotea in Vicenza. Nel 1936 è già all'opera nell'ospedale di Treviso dove resterà più o meno ininterrottamente fino alla morte per tumore nell'ottobre del 1922, avendo compiuto da poco i 34 anni.

Vicenda di immensa umiltà quella di Santa Bertilla, con una vita donata al prossimo nelle corsie dove maggiore è la sofferenza: il reparto degli infettivi, quello del tubercolotici, la sezione dei feriti di guerra La giovane religiosa non si concede tregue e non rifiuta nessuna assegnazione: accudisce i difterici, si sfianca nella lavanderia, diventa sguattera nelle cucine. Quando per un malato grave si approssima la morte Suor Bertilla si prodiga con particolare sollecitudine, veglia con lui, cerca i modi di un sollievo che plachi la paura. Talvolta è rimproverata dai medici (il tempo della sua vita è segnato da un aspro anticlericalismo), o magari umiliata da qualche degente stravolto dal dolore. Non si incupisce. Se la Madre Superiora burbera la bistratta chiamandola «bona da gente!», «òco!», risponde sempre con il silenzio.

Il silenzio è lingua ineffabile, di parole segrete che l'anima esala nell'invocare la presenza di Dio. Chiades coglie bene questa visione estatica della giovane suora «consapevole», scrive «di vivere al cospetto dell'eternità». Nelle pagine del libro, belle anche per la pudicizia della scrittura, sfilano i testimoni della virtù della Santa, parlano le consorelle, i primari, chi fu malato e l'ebbe al fianco vigile e amorosa.

Dal libro di Chiades vengono tentazioni alla lettura parallela di un'altra vita, di un'altra donna, come Suor Bertilla morta a 37 anni consumata nell'attesa di Dio. Simone Weil era completamente diversa, per cultura, per condizione, per esperienza esistenziale. E tuttavia le accomuna una convinzione, quella che la grande studiosa francese espresse nei suoi «Quaderni» quando scrisse: giunge a l)io solo chi «implora dal fondo del cuore con fede e umiltà totali». Testimoni dell'Assoluto entrambe.

Recensione
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