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Icaro e la mantide

La poesia di Veniero Scarselli, certo marcata da un'ispirazione alta ed oracolare, si segnala per la costante intensità del dettato. In Pavana per una madre defunta (Nce 1990). la paziente ed angosciata reiterazione tematica, tutta incentrata su una riflessione metafisica i cui topoi sono con l'Io e le sue maniacali deformazioni, l'Essere, la materia, la lotta accanita ed ineluttabile fra Eros e Thanatos – sempre scanditi gnomicamente dalla maiuscola iniziale – al cospetto dell'onnipresente baratro del Nulla, conferisce al tessuto, poetico-diegetico il tono di un itinerario epico ove elementi prevalentemente biografici tendono poco a poco ad attenuarsi per fare spazio ad una dimensione più universale della scrittura, capace di abbracciare il destino umano nella varietà delle sue manifestazioni vitali. Non a caso; ricorda Vettori nell'introduzione alla sua "opera prima" Isole e vele, (Forum 1988) la nozione poundiana secondo la quale "l'arte fa parte della biologia", ben si adatta al magmatico, metamorfico fluire dei versi di Scarselli. Ne scaturisce un immenso, dolente affresco della condizione umana ricondotta agli ancestrali rituali fisiologici della copula, della gestazione, della nascita nel dolore, della lacerazione dell'unicum madre-figlio visto come solo veramente vitale, compiuto ed intero, pur se già fatalmente segnato da una genetica impossibilità dell'Uno. Per questo, parafrasando Montaigne, si potrebbe dire che per Scarselli nascere sia "imparare e morire", reciso il legame fisico con l'origine ed iniziata un'inesausta erranza verso l'unica fine, sordidamente connotata dal ricorrere del paradigma cromatico dell'oscuro, del nero, del sombre sepolcrale.

C'è in questa nostalgia dell'origine certo un'evocazione sofferta ed intimamente beideggeriana, mentre sul piano formale ci pare essere la poesia di Scarselli felicemente costruita sulla forza icastica della metafora che non rifugge, per compiaciùto gusto proiettivo, dalle immagini "forti" dell'incesto, dell'Edipo, dello stupro, in un infernale commistione di ciclo digestivo e di coazione erotico-distruttiva nella fusione limbale e sinestesica degli umori (per lo più "neri") certo affine ad un gusto del basso corporale di taglio espressionistico, però qui del tutto privata di una pur minima fiducia nel suo vitalistico potere rigenerante. E' il segno della dannazione, della necessità disperata di un dirsi a morire, dell'avvento e dell'abiura di una "non più gaia scienza" allorché il fine ultimo, l'altro – altrove – mistero di sé si affaccia paradossalmente in altro modo sul "teatro", "anfiteatro" della mente in preda ad un lucidissimo delirio e- scatologico, sua deliziosa condanna alla vanità di ogni pur maiuscola "Eiaculazione". Essa risuona, spesso per analogia, del sibilo maniacale- cloacale del "serpente", del "topo", della "formica", voci mostruose del1"'al di qua", vivificate dall'allitterazione, tanto più morentemente operose quanto il "silenzio di Dio", che nell"'aldilà" loro non corrisponde, ribadisce il terribile solco di un'irriducibile distanza.

L'odissaico dipanarsi della narrazione poetica, in Isole e vele sospinto da una misura forse più piana è capace di estatici meditativi arresti ungarettiani ("si sta come lucertole appesi", p. 22), così come di un nostalgico sguardo ad un esotico principio ("Se ti ricordi i paesi del sud", p. 27), già focalizza il nucleo libidinale dominante di questa. scrittura poetica, fra disillusione e speranza, fra il "sacro" che è "l'approdo dei velieri" e "la ricerca struggente di crepe aperture orifizi" nella consapevolezza che "di vetro" è "l'equilibrio" "intessuto fra i sensi e la mente" (p. 43) ed "ingannevole" "il desiderio della luce del sole".

Sono i "tentacoli sessuali" che già avvinghiano nella loro morsa impietosa l'iperbolico e dannato amante di Torbidi amorosi labirinti, (Nce 1991) votato ad una inquietante, sclerotizzata esperienza di penetrazione-castrazione in una sorta di mitica arena ove le imprese degli amanti sono l'agonistico-agonico delirio di un unico apparato ridotto a mantidee organismiche digestioni.

Se superato pare l'incedere anaforico di Isole e vele, la poesia di Scarselli nella sua prova più recente ci pare pervenire ad un incisivo dominio della sua vena lirica, non priva, pur nell'intima esasperazione delle sue tematiche d'elezione, di una felice e a tratti grottesca capacità visionaria (basti pensare ad esiti di sapore vagamente surrealistico quali "vagine triremi", icastico composto che ci rimanda, pur da tutt'altro angolo visuale, alle "bananetaxi" di Tomaso Kemeny).

Se tuttavia, nelle parentesi del corpo, affiora la coscienza profonda della vanità del tutto e della colpevole biologica incapacità di trascendenza, è solo per acuire il dolore della ferita di un'anima che non può astenersi dal richiamo profano della "sacra funzione" al blasfemo cospetto "d'un innocuo dio sghignazzante" (p. 98), persa nella bestiale ed infelice umanità-inanità di un fugace seminalestatico arresto di tempo.

Il valore espressivo di questa brutale e maledettamente santa confessione, è certo di una lirica ed inquietante felicità, ma nella destinataria di questi Torbidi amorosi labirinti si scorge, per anamnesi, la terribile fisionomia della Madre del reietto che già fu nella Pavana fantasmatico ineludibile enigma archetipale.

Al suo cospetto nel dardeggiare di "abissi uterini" impenetrabili perché per primi ed all'inverso penetrati, si compie l'eterno dramma ancestrale dell'impossibilità artistica di ogni catarsi, infernale ardendo il sacro fuoco della Poesia, sotto l'occhio truce di. Dio, "sempre col pene trapassando solo un'ombra".

Recensione
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