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Non è nel cielo delle stelle l'ansia di Giovanni Di Lena di volerne accenderne qualcuna, ma nei solchi della terra il desiderio di volerla pettinare alla luce di giorni nuovi, chiari e sereni. "Tornerò con voi | a lavorare la terra | miei cari braccianti | impiccioliti di fatica e sopraffazioni".

Alla luce di Di Lena, nel cielo della sua poesia, scopri il passato, il presente, il naufragio del tempo e della memoria, la sofferenza e la preoccupazione presenti nel cosmo fisico come in quello morale. E il poeta tenta di uscire da questa condizione ancestrale stagnante. "...ti senti dire | che del mondo fai parte, solo come un'entità | numerica...". Ma che cosa hanno di particolare i versi di Giovanni Di Lena per far presa? Niente e tutto. Non hanno motivi esileranti. Parlano di ideali sociali, di terra e di ricordi, di amori consacrati e vissuti alla piena luce del giorno e nel silenzio delle notti aspre e selvagge; dicono di una vita sofferta lino a sanguinare: nelle gocce del sangue il segno dei momenti più tesi e la lamentazione "amara" dell'interiore, sentire di chi ha sempre difeso i valori individuali contro il tecnicismo e il consumismo della società moderna. "Sai, oggi non si bada più a niente, | ci si contenta di vivere di stenti, | purché si viva nell'era spaziale".

Di qui la rabbia del poeta che chiamerei: critico-realistico, nel territorio del tempo per le denunce che fa con le sue pagine di sentimenti e di emozioni in versi in Un giorno di libertà, accuse che portano a meglio capire le dolorose solitudini, gli abbandoni, l'infernale serie di delitti compiuti sull'antico "regno con la zappa", sui, suoi figli più devoti e sulle loro abitudini di vita. Di qui pure, la convivenza di Di Lena che il pensiero va saggiato con una consapevolezza nuova, nobile e reale e non con una quotidianità spesso ambigua e contradditoria. In realtà, nelle scoranti temperie che ci circonda sta tanta grigia coltre d'indifferenza che sovente induce l'uomo alla pazzia di una morte ignota. "Quel pezzente è morto... E morto senza che nessuno se ne accorgesse".

Il registro linguistico di Di Lena, semplice, piano e mordente, è "riverenza" al messaggio dei suoi versi che rilasciano fasci significanti di meditazione profonda. Così, la qualità delle escursioni più nobili dell'intelletto nella realtà fenomenica, i particolari registrativi di essenzialità imbevuti di quel "magnificat" senso d'amore per l'uomo debole, e ancora, la capacità della parola di attrarre attorno alla gravitazione stilistica dell'autore la massa argomentante dei temi dell'itinerante orbitare del "fiat poetico", costituiscono la prova del "Rinascimento del cuore" impregnato di fondata fiducia e di gioia d'amare e di essere amati. "Aspettando senza muoversi | una dolce e pacata metamorfosi, | aspettando che qualcosa cambi,... |".

Attento alle tematiche della vita, il poeta non si impelaga in universi immaginari o in chiusure ermetiche e artifici sperimentali, ma si muove fra i solchi del cuore e della terra in un tempo di prova con la fede, con desiderio tutto umano, pronto a cogliere in sé, nell'isola delle giovani leve del lavoro manuale e intellettuale e nell'umile contadino del Sud, pellegrino del tempo in "sudici panni", un nuovo equilibrio di vita fra uomo e uomo e fra l'uomo, l'umanità e l'infinito.

Recensione
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