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Maria Grazia Lenisa è per me un fiore non colto. Un fiore non sciupato dalle mie mani di grezzo indagatore. Un fiore rimasto felicemente a consumarsi nel profumo della terra e nella luce del cielo. Di fronte a un poeta di tale forza, di tale grazia, di tale cultura, le mie parole sono petali subito secchi: non aggiungono nulla al lungo mistero – esistenziale e poetico – di Maria Grazia Lenisa.

Molti hanno scritto di lei con acutezza e generosità (Squarotti, per esempio). Io sono un canarino ormai senza voce e senza volo. Posso solo rifugiarmi nel sogno. Nonostante gli anni e un libro dal titolo esplicito (Erotica), nel sogno la vedo sempre come una ragazza casta. Una ragazza asciugata dalla sofferenza ma che nasce da acque limpide (come Venere) e va - libera - fiera - sensuale - solare e casta incontro al grande amore che resiste al consumo volgare (e al disprezzo) degli uomini: i poeti e la poesia. Lenisa è la poesia. I poeti, i suoi amanti.

Sembra confermare il mio sogno proprio la recente antologia Verso Bisanzio. Bisanzio: quell'età dell'oro e dello spirito che è appunto la poesia con i suoi poeti. Non a caso "L'angelo di Bisanzio" è il grande Yeats, e Luzi è il padre-amante spirituale della poetessa e l'ultima luce verso Bisanzio ("E Mario Luzi, il secolo chiudendo, fa dal suo fuso colore | la Parola, auro colante o miele sulle labbra, incide | il suo nome nella luce. Fuori dal quadro un chierico | vagante: "Mente libera – parve – uscita dalla valva della sua | cattività... mente franca, intelligenza d'angelo... solo era | in quel punto estasi, canto" - Dopo la lettura di Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini di Mario Luzi).

Per qualche aspetto (forse sul versante più esteriore della parola), la Lenisa mi ricorda un'altra poetessa oggi molto amata dai mass media (Alda Merini). Entrambe in volo giovanissime, hanno subìto lunghi periodi di silenzio (il manicomio per la Merini, la solita indifferenza dei critici per la Lenisa. Della Merini, la ragazza di Udine non ha l'irrefrenabile (e incontrollata) tempesta lirica: non è spinta solo dall'emozione esistenziale. Ha sì un irresistibile e consapevole rapporto d'amore (che coinvolge tutti i sensi) con la poesia: ma per quanto carnale, il rapporto è sempre filtrato da una cultura superiore (da una spazialità cosmica) e qualche volta "raffreddato" da una fuga ironica (anche se il mito rimane la stella magica della sua emozione-ispirazione ed i poeti sono gli "dei" con i quali si hanno rapporti d'amore soprattutto spirituali).

I cantori critici della Lenisa hanno visto (di lei) diversi periodi (e pericoli). L'hanno vista chiusa per troppo tempo nei lacci del lirismo (per quanto attraente) e poi sono rimasti scandalizzati (fine anni `70) da un libro esplicito (ripeto) come Erotica. Il grande e sincero ritorno d'interesse degli ultimi anni sembrerebbe dovuto a quegli attraversamenti ironici-culturali che avrebbero sconfitto ogni tentazione lirica. Io poeta non vedo questi grandi trapassi. Vedo passi sempre delicati (pur nella forza) verso una conquista spirituale (quasi mistica) che inevitabilmente porta cambiamenti ma conserva quel suono magico e classico del suo cuore ribelle e rafforza – se mai – quella sua partecipazione di amante totale (anche se oggi più complessa e matura). Non ci sono per me profonde differenze tra le poesie giovanili e quelle più recenti. Cambiano forse il ritmo e la linearità (con gli innesti mitici-religiosi-culturali) ma la temperatura poetica è la stessa. Con le raccolte degli anni `50 (da Il tempo muore con noi ai Canti Vallombrosani, dai Canti non solitari – con gli inni a Saffo – fino a Incontro con l'Angelo – ecco già l'angelo! –, a I pensieri di Catullo), la "ragazza" si solleva subito nel mito e nei cieli chiari dell'amore ("Forse in me rivive la schiava assira | con sull'esile spalla l'anfora rossa bruciata dal sole. | Forse la dolce fanciulla dal petto colore di miele | che nei verzieri di Lesbo, sola, | cantava canzoni d'amore").

In Erotica il suo erotismo esistenziale e letterario diventa certamente più realistico (ma sempre nell'azzurro di una sensualità casta). Come dimostra la bellissima "Blue-Jeans": "Ha la pelle sbiadita | della ruota, | calda di corse, | scolorita all'uso | là dove batte il centro | del bisogno, | così sfacciato, insieme così puro". Sempre in Erotica, riemergono pieni i simboli della sua esistenza in una poesia dal titolo esemplare: Quinto sesso ("Son quattro i sessi | dice a tutti Zaza | Il quinto sesso | è quello che mi strazia, | di indole bruciante, letteraria").

L'erotismo della Lenisa è sublimazione e carnale partecipazione poetica che avvolge le grandi aperture e le grandi avventure dentro l'esistenza (non solo mitica, anche sociale): con i maghi (i poeti) che rendono più vivibili i giorni comuni (L'Ilarità di Apollo, `79). Ora la poesia raggiunge una pienezza e un respiro molto elevati (anche se qualche verso può sembrare barocco): nello slancio di una comunicazione intima che non fatica a farsi linguaggio universale ("... ho iniziato presto, | la fronte sulla pagina (non fantasia romantica, | semmai un piglio preraffaellita di grazia) | ma rabbia che non muta il grigio se non | nella danza, che l'amore, dopo un volo, rientra | nella carne e si perde come ago nei glutei, | ossidandosi.").

La ragazza di Udine (origine che non le fa mai dimenticare Pier Paolo Pasolini) diventa consapevole della sua "forza" e non esita a definirsi lei stessa La ragazza di Arthur ('92, titolo di una splendida raccolta dedicata al poeta per eccellenza: Rimbaud). Siamo ai libri di questi ultimi anni, culminati nell'antologia Verso Bisanzio (`96): con poesie inedite nate da una ricerca spirituale che trova nella città dell'oro (l'oro di Dio, della grazia, dell'amore e della poesia) un naturale porto d'attesa (e d'intesa).

A questo punto, io canarino, mi arrendo. E' per me impossibile penetrare più a fondo nella poetica di Maria Grazia Lenisa. Penso che non siano sufficienti dieci anni per leggere e capire una poetessa di tale spazialità. Mi consolo rivedendo in sogno la ragazza esile che attraversa la carne del mondo e la solleva con la grazia dei suoi versi. Mi consolo rivedendola attraversare la carne viva di tutta la poesia. Felice. La vedo – infine – redimere se stessa e la carne con 1"offerta a Dio e agli dei (i poeti) di una vita spesa per loro. Senza rimpianti (o pianti).

Recensione
Verso Bisanzio
poesia 
Autori
Maria Grazia Lenisa
Edizione:
Bastogi Editrice Italiana
Foggia 1997

Panoramica critica di Giorgio Bárberi Squarotti. Introduzione di Jean Jacques Méric. Copertina e illustrazioni di Dino Alunni - pp. 328

Recensione a cura di
Pubblicata su:
I Medicanti nr.10/1997
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